Leggere e/o Guardare (a cura di Marcella Busacca)

 

                    
  SEGANTINI A MILANO

di Marcella Busacca

Fino al 18 gennaio 2015 a Palazzo Reale di Milano si può visitare la mostra dedicata a Giovanni Segantini.  E' un viaggio nella vita e nella produzione artistica di un pittore molto singolare. Giovanni nasce ad Arco nel 1858, suddito dell'impero austro-ungarico, arriva a Milano in casa di una sorellastra dopo la morte della madre. A otto anni gli muore il padre. Trascorre l'infanzia e la prima adolescenza tra scarsa istruzione e lavoretti. Finisce in riformatorio e viene affidato a un fratello in Trentino. Torna  a Milano e riesce, col lavoro presso un tipografo,  a iscriversi all'Accademia di Brera dove studia disegno. Le sue prime opere sono all'insegna di un naturalismo intriso di valori sociali. La Milano dei Navigli,

l'interno di chiese, i volti di donne e uomini diventano i soggetti di dipinti che lo fanno conoscere come un giovane di talento. Dopo l'incontro con Victor de Gubricy, grande mercante d'arte e scopritore di talenti che gli assicura un certo benessere acquistando i suoi quadri, si trasferisce in Brianza. Lo segue Bice Bugatti che sarà la compagna della sua vita, ma che non può sposare perché è apolide. Già perché  il non aver fatto il servizio militare in Trentino gli ha fatto perdere la cittadinanza dell'impero asburgico, e per problemi burocratici non ha potuto acquisire quella italiana. I paesaggi della Brianza lo affascinano e diventano il soggetto di alcuni suoi quadri. Famoso “Alla stanga”

che viene acquistato dalla Galleria di Arte Moderna di Roma o “Ave Maria a trasbordo”

che vince una medaglia d'oro ad Amsterdam. La sua pittura sembra influenzata da quella di Millet e della scuola di Barbizon. Segantini però aspira a uno spazio più libero e grandioso che lo riporti alle montagne della sua infanzia. Scrive  di questo suo desiderio: la sua scrittura è incerta nel tratto, nella grammatica e persino nell'ortografia, ma chiara e profonda nel significato. Si trasferisce in Engadina a contatto con una natura superba e solitaria, ma non lontano da alcuni grand-hotel dove trascorrono le vacanze ricchi collezionisti. La sua pittura si allontana dal naturalismo e abbraccia divisionismo e simbolismo. La natura diventa un pretesto per rappresentare un mondo interiore in cui l'impasto dei colori, la luce e il disegno diventano il suo alfabeto espressivo. Scrive più volte che le sue opere devono apparire leggere e spontanee e la fatica restare sulla sua tavolozza. I grandi paesaggi dominati dalle montagne si affiancano ai soggetti affettuosi. La madre perduta in tenera età ritorna come soggetto delle due madri all'interno della stalla

o al ritorno dal pascolo.

I grandi paesaggi innevati sembrano attutire qualsiasi altro senso e anche la fatica della donna che trascina sulla slitta la legna.

La pastorella che guarda davanti a sé è una macchia di azzurro nel vestito come il cielo terso del risveglio della natura.

La  morte della madre è però a volte vista come una colpa: la serie delle madri cattive ne è una testimonianza.
La mostra è organizzata per sezioni. Interessante quella degli autoritratti dove il pittore si rappresenta come un profeta o con uno sguardo mefistofelico. La morte lo coglie mentre sta lavorando a una grandiosa opera che avrebbe dovuto essere la summa della sua vita artistica; molti  i progetti e i ripensamenti. Restano alcuni pannelli in cui si sviluppano vita e morte, luce e tenebre: ciò che sopravvive a frammenti  è diventato il suo testamento di uomo e pittore. Le montagne sembrano svanire nel cielo con colori assolutamente non naturalistici: resta il solito grandioso silenzio in cui parlano segni e colori.

La mostra è aperta lunedì dalle 14,30 alle 19,30
                martedì, mercoledì,venerdì e domenica dalle 9,30 alle 19,30
                giovedì e sabato 9,30 alle 22,30


 25 novembre 2014