Leggere e/o Guardare (a cura di Marcella Busacca)

 

La gita a Genova

di Marcella Busacca

Non siamo mai state insieme a Genova. Te l'ho chiesto tante volte di andarci, ma tu prendevi sempre tempo. Una volta dicevi che volevi il tempo buono della primavera, un'altra che bisognava andarci almeno per quattro giorni. Io ci andavo spesso per i fatti miei a vedere una mostra o semplicemente a respirare aria di mare.
Te ne parlavo al ritorno, ma tu tagliavi corto; la Genova che mi volevi far vedere non si trovava in via Garibaldi o davanti al palazzo ducale, ma era quella più nascosta delle stradine che salivano in collina e si aprivano ogni tanto negli slarghi dove una volta le donne compravano dall'erbivendolo gli odori per il pesto e le verdure per il minestrone. "Sento ancora il profumo del cibo che viene fuori delle finestre sempre spalancate e si mescola con l'odore di mare e di campagna e lo sbattere dei panni stesi ad asciugare".
Te ne sei andata in punta di piedi in una giornata nebbiosa di ottobre, poco prima del tuo compleanno.
Non sono mai venuta a cercarti al cimitero perché non so pensarti sottoterra, ma ho fatto la gita a Genova pensando di averti vicina.
Ho preso un treno all'alba e sono arrivata in città insieme ai pendolari. Anche io avevo un aspetto dimesso e frettoloso come di chi ha da sbrigare faccende e non si è preoccupata di curare l'aspetto esteriore. Ho preso un autobus verso la collina e ho cercato la tua casa e la tua scuola. Me le avevi entrambe descritte benissimo, ma come facevi tu. Non la via e il numero civico, ma la felicità di correre via di casa al mattino e una certa fatica al ritorno, le ultime chiacchiere con le compagne, poi in fretta in casa dove ti aspettava il cibo preparato da tua madre, che era andata a fare il turno pomeridiano.
Tuo padre vi aveva abbandonato da anni; ogni tanto si faceva sentire per il tuo compleanno, una volta te lo sei trovato fuori dalla scuola e hai fatto fatica a riconoscerlo, lui no, sembrava che ti avesse salutato al mattino e ora veniva a farti un'improvvisata.
Mangiavi con piacere e poi facevi in fretta i compiti per trovare il tempo di mettere in ordine la casa prima del ritorno di tua madre e anche leggere uno dei tanti libri che amavi. Me ne parlavi con gioia ricordando i momenti in cui avevi letto quelli fondamentali, quelli che ti avevano fatto pensare o che ti avevano appassionato a tal punto che facevi fatica a smettere e ad accettare il mondo in cui vivevi.
Alcuni erano gli stessi che avevo amato anche io e a volta facevamo a gara a ricordare le pagine più belle o i personaggi che più c'erano piaciuti.
Non cercai la tua casa che non ho mai saputo dove fosse di preciso, ma una che le somigliasse. A me ne stava bene una qualsiasi, mi bastava che la potessi vedere con i tuoi occhi, che potessi scoprire di nuovo le cose che ti piacevano tanto o che ti erano solo familiari: un muro scrostato, il gioco che faceva su un vetro la luce del sole quando arrivava nella strada e ti colpiva in faccia mentre facevi colazione e il gatto si strusciava sulle gambe per farsi dare un pezzetto di pane bagnato nel latte. Il freddo che trovavi fuori del portone o la pioggia battente che ti veniva in faccia nonostante l'ombrello aperto ti costringevano ad andare in fretta con i capelli scomposti.
La fatica che facevi ogni mattina per pettinarli e tenerli un po' in ordine, ricciuti com'erano, ma non volevi tagliarli perché le tue compagne ce l'avevano tutte lunghi, anche se lisci; non li volevi però stirare perché ti piacevano proprio com'erano. Per un po' di tempo hai avuto un montgomery rosso e quando soffiava un gran vento te lo tiravi su il cappuccio e correvi giù verso la scuola. A metà strada incontravi le compagne e l'amica del cuore, che però frequentava un altro corso.
Vi parlavate per la strada, al telefono e quando vi vedevate nei momenti liberi, ma vi scrivevate per non perdere i pensieri che affollavano la vostra mente e che potevate condividere solo voi due.
Che fine hanno fatto quei quaderni? Non me l'hai mai detto, come non mi hai raccontato del tuo primo amore o di quelli che sono venuti dopo.
Avevamo trent'anni quando ci siamo conosciute, e i primi tempi non parlavamo mai del passato, ma del presente. Ci scontravamo su tutto perché volevamo tutte due cambiare il mondo, ma a me pareva che tu cercassi delle scorciatoie.
Insegnare piaceva ad entrambe, ma avevamo metodi e obiettivi diversi. Tu curavi molto la relazione con le alunne, io volevo trasmettere loro la mia passione per lo studio. Un giorno mi dicesti che io ero una figlia di padre e tu di madre.
Non accettai le tue parole anche perché proprio in quei giorni era morto mio padre e mi ero anche liberata dei ricordi di un rapporto faticoso con un maestro che voleva educarmi. Avevo allora la sensazione che essere pienamente orfana mi desse una nuova forma di libertà. Restava però nel mio modo di lavorare a scuola il peso di un mondo maschile che non consideravo ancora un fardello di cui liberarmi.
Col passare degli anni abbiamo cominciato a parlare più spesso di noi, dei nostri gusti della passione per i gatti. Poi un giorno abbiamo cominciato con i ricordi e non abbiamo smesso più.
Nel raccontarceli mettevamo tutta la passione che avevamo speso nella politica o nelle relazioni sentimentali. Mi dicesti un giorno che avremmo dovuto scriverle le nostre storie. Una specie di vita parallela o lettere in cui ci scambiavamo le nostre impressioni sul passato. "E' un modo per non cancellare i ricordi, l'unico per non vederli scomparire"
Entrambe avevamo paura di perdere una parte importante di noi stesse.
Scendendo giù per una strada ripida mi sono trovata ad un tratto dinnanzi a una scuola: non ho cercato di leggerne il nome, né di capire che tipo di istituto fosse. Per me era la tua. Mi raccontavi che arrivavi spesso trafelata quasi sul suono della campanella. Alcune mattine non saresti neppure venuta perché c'erano le materie che amavi di meno o un insegnante che non ti piaceva. Ma eri caparbia e avevi anche un forte senso del dovere. Tua madre per mantenerti faceva grandi sacrifici ed era così fiera che tu fossi brava anche per lei che non aveva potuto studiare che non te la sentivi di deluderla.
Nell'intervallo una di voi, spesso la stessa, la più coraggiosa andava nel negozio di fronte a comprare la focaccia appena sfornata. Com'era buona, aveva anche il gusto della ribellione in un'epoca in cui si usava ancora indossare il grembiule a scuola con la classe e la sezione ricamate in alto a sinistra. Le nostre scolare non si rendevano conto del dono che abbiamo fatto loro con le nostre lotte. A volta ci facevano rabbia perché non valorizzavano a sufficienza la loro nuova condizione femminile.
L'università ti era piaciuta meno, perché avevi perduto il contatto con alcune compagne che avevano preferito fare lingue straniere o filosofia. Volevi far presto per metterti a lavorare sul serio, anche se dall'ultimo anno del liceo ti eri messa a dare ripetizioni ad alcuni ragazzini del tuo quartiere. Eri seria ed affidabile e qualche volta dovevi dire di no a qualcuno che ti chiedeva un impegno maggiore perché non volevi trascurare lo studio e volevi avere un po' di tempo per leggere e scrivere.
Quando ormai si avvicinava la laurea hai detto a tua madre che saresti andata a insegnare a Milano. Lei se n'è fatta una ragione anche perché nel frattempo aveva divorziato da tuo padre e aveva trovato un compagno; la tua partenza le avrebbe permesso di farlo venire a casa a vivere con lei..
Mi è venuta fame e sono entrata in un locale che all'esterno aveva mantenuto la vecchia insegna di latteria. Su un bancone c'erano dei piatti freddi.
Ho preso un po' di affettati e un bicchiere di vino. A un tavolo vicino al mio si sono seduti due giovani dalle mani un po'grossolane, parlavano di fusibili e di filo da mettere sotto il pavimento. Mi avevi raccontato che fare la spesa era una tua incombenza. Si compravano poche cose per volta, l'indispensabile e si faceva il giro dei negozi che vendevano ognuno una merce diversa. Li conoscevi tutti i venditori: ognuno di loro, specie le donne, aveva per te una parola affettuosa, di alcuni conoscevi i figli. Sono tornata davanti alla scuola e ho assistito all'uscita degli studenti. Somigliano ai nostri, forse un po' più allegri. Le ragazze facevano gruppo tra di loro, ma ogni tanto un richiamo maschile le faceva allontanare. Andavano via in fretta. Tu mi raccontavi che spesso restavi a parlare con le compagne a lungo e poi pian piano ti avviavi verso casa.
Le ultime volte che siamo state insieme io mi sentivo a disagio, tu avevi smesso di lavorare e ti eri messa a scrivere, io ti parlavo della mia mancanza di radici forti.
E ti provocavo dicendo che c'è chi nasce ostrica e chi medusa. A me non era stato concesso il destino delle creature stanziali. Inutile attaccarsi alle persone e agli oggetti, la marea mi avrebbe portato chissà dove, un'onda un po' più grossa mi avrebbe fatto perdere la memoria della mia vita fino ad allora vissuta.
Non è stato così. Mi sono attaccata alla nostra vita e se anche tu non ci sei più io continuo a parlarti come in questa gita a Genova che è stata la più bella della mia vita, anche se non ho visto nulla di importante.

2 dicembre 2006