Natura e cultura

a cura di Antonella Prota Giurleo

 


Tre R a RigenerArt

Recentemente, in occasione della rassegna artistica LiquArt a Fornovo, ho avuto modo di visitare il museo Guatelli a Ozzano Taro.
Ettore Guatelli, maestro in una pluriclasse elementare, ha raccolto, per tutta la sua vita, materiali della cultura contadina e lavorativa della zona.



Il maestro non ha, naturalmente, scordato i giochi per le bambine e i bambini. I giocattoli riempiono una stanza di questo magico museo mostrando la capacità creativa e anche la competenza meccanica di bambine e bambini.

Pezzi di legno che diventano manubri, pupazzi realizzati con legni e frutta secca o noccioli; macchinine costruite con fil di ferro o con lattine, simili a quelle che i bambini, oggi, costruiscono con le lattine vuote gettate dai piloti della Parigi - Dakar e che è possibile ritrovare nelle botteghe del commercio equo e solidale.
E' a questa capacita creativa infantile che fa riferimento Paolo Cervati nel testo di presentazione della mostra RigenerArt, curata da Guido Poggiani

per Guizart ed esposta tra il 5 maggio e il 2 giugno 2012 al Feel Good di Milano.

Il recupero, il riuso, il riciclo hanno costituito il filo di collegamento tra la quarantina di opere esposte in mostra la cui tematica è stata quella del pensiero di recuperare ciò che si considera rifiuto inserendolo in un'opera nuova e diversa per trasformarlo in opera d'arte.
"…forse" scrive Cervati "possiamo vedere in queste opere d'arte di rigenerazione qualcosa di simile e forse più complesso dei giochi dei bambini".
Intendo dar conto, qui, di alcune opere che ho trovato particolarmente interessanti per l'uso dei materiali utilizzati e/o per la competenza professionale delle autrici e degli autori.

Giuliana Bellini ha composto una forma tridimensionale utilizzando ferro e bottiglie di plastica che ha trasformato in sottili filamenti azzurri che ricordano le estremità delle sue meduse.

Elena Bertoni, Agostina Pallone, Carlo Cazzaniga e Itala Gasparini hanno realizzato composizioni geometriche. La prima accostando ritagli di stoffe in forme rettangolari racchiuse, a loro volta, in un rettangolo;

la seconda accostando diversi materiali;

il terzo componendo una serie di piccoli tubi colorati che richiamano, in una dimensione molto ridotta, i tubi esterni delle condutture del Beaubourg; mentre Itala Gasparini restituisce dignità a colore a cd desueti e ormai inutilizzati.

Ritagli e avanzi ci restituiscono così un immaginario legato alla strumentazione cosiddetta femminile e cosiddetta maschile.
Fascinosa la composizione creata da Maria R. Grassi Gibertini accostando bucce di cipolla rossa e bianca; scarti di cucina che, attraverso un gioco di sovrapposizione e di trasparenza, acquistano una nuova dignità.
Il recupero di materiali caratterizza anche le opere di Valeria Ferrante e di Giorgio Gost.

La Ferrante accosta forme circolari e quadrate mobili, sospese a una corda utilizzando stoffe e cartone trattate con gesso e dipinte con colori acrilici e ad olio. Una "macchina" assolutamente inutile che rimanda da una parte alle operazioni dei futuristi e dall'altra ai mobiles di Calder.
Gost raccoglie medicinali scaduti componendoli in scarti di resina, una sorta di vetrina da museo in cui i farmaci appaiono come casualmente gettati a costruire una astrazione che fa pensare alla moderna medicina, per cui il corpo degli uomini e delle donne appare come spezzato in mille particolari staccati gli uni dagli altri mentre ciascuna persona desidererebbe che il proprio corpo e la propria psiche fossero considerati un unicum.
A questa complessità si riferiscono le diverse modalità che, nella lingua italiana, possiamo utilizzare per rendere il senso della memoria: ricordare, con il cuore; rammentare, con la mente; rimembrare, con le membra. Verbi, a parte ricordare, ormai in disuso che restituiscono una memoria composta da diversi aspetti e competenze del corpo umano e animale.
Una mostra che, anche per il fatto di essere stata proposta in un bar, ha permesso a tante persone di porsi di fronte agli scarti quotidiani chiedendosi quale significato possa averne la riproposizione e, forse, a ripensare alla quantità di oggetti che, ogni giorno, finiscono nelle discariche mentre potrebbero continuare a vivere.

Ma la mostra pone a me, artista e curatrice, una serie di problemi che vorrei affrontare e discutere seriamente con altri e altre artiste.
Un problema affronta il tema delle tre R. Mi sembra che, al di là di riciclo, recupero e riuso, sarebbe utile decidere di utilizzare solo materiali ecocompatibili, materiali che possano cioè non solo non danneggiare la natura ma ad essa ritornare quando l'opera cessi la sua esistenza. Penso ad alcune installazioni naturali di Giuliano Mauri ( non la cattedrale), ma non solo.
Un altro problema mi pare porsi rispetto agli spazi. Ha senso che continuiamo a costruire oggetti, sia pure opere d'arte, che necessitano di nuovi spazi, spesso sempre più estesi, per essere conservati e restaurati? O non sarebbe meglio, perchè più rispondente ad un mondo nel quale gli spazi si fanno sempre più ristretti, accettare, anche per l'arte, l'ineluttabilità del limite e della finitezza?
Ma ci sono cose che possono spaziare senza occupare territori, il benvolere e le idee. A proposito del benvolere mi piace ricordare una frase che una delle zie dagli occhi grandi di Angeles Mastretta pronuncia a proposito dell'amore: "Il bene non si consuma". Il bene ha questa incredibile capacità, se ne può volere in quantità a tante persone eppure ne esiste sempre per darne ad altre persone, animali, cose. La dimensione che chiamiamo del cuore o dell'anima pare infinita.
Ma lo sembra anche la capacità di costruire idee e progetti. E qui sorge un altro pensiero. Se si vivesse in modo più semplice, utilizzando un minor numero di "cose", secondo quella che alcuni chiamano la "decrescita felice", si potrebbe ipotizzare un contributo forte che la cultura potrebbe dare ad un progetto di sostenibilità e un aumento del tempo sostanziale per vivere anziché, solamente, per guadagnarsi da vivere.
Utopia? Forse. Ma necessaria.

Antonella Prota Giurleo