Natura e cultura

a cura di Antonella Prota Giurleo

 


Suoni naturalindustriali

Ho trovato interessante il lavoro presentato alla galleria Dieci.Due! di Milano dai Van Kampen, coppia di artisti olandesi composta da Marie Van Leeuwen, pittrice, e Johan Wagennar, scultore.
Maria Rosa Pividori, gallerista, che da diversi anni ha una relazione di lavoro con la coppia ed espone le loro opere nella sua galleria, mi ha presentato i due artisti che vivono ad Amsterdam ed insegnano all'accademia di Kampen.
Per Playing Nature, questo il titolo della mostra milanese, in corso dal 18 dicembre 2010 al 4 febbraio 2011, Marie e Johan si sono recati nelle regioni del nord Australia per riprendere donne e uomini che amano gli uccelli e che ne imitano il suono.
Lo spazio della galleria è stato occupato da nove scrivanie da lavoro, disposte in due linee parallele di quattro, e una a lato (dirigenziale?); ciascuna di esse recante piccoli oggetti personali, a segnare simbolicamente un territorio di lavoro come proprio.

Su ciascuna scrivania un computer sul cui schermo scorrono le immagini di persone che imitano il suono degli uccelli. Ventidue video, girati in sei settimane di lavoro, restituiscono i suoni alati della foresta pluviale australiana.
La sensazione che si prova di fronte all'installazione in galleria è strana; la serie di computer, neri su scrivanie nere, in un arredamento freddo, riscaldato solo da piccoli tocchi personali ( fotografie, appunti, raccoglitori) contrasta con i suoni e, parzialmente, con le immagini che appaiono sugli schermi. Sembra di entrare in un ufficio ( un call center?) dove, uscite le persone che lì lavorano, sono stati dimenticati accesi tutti i computer.

Sconcerta anche la differenza percepita tra l'esaminare l'installazione nel suo complesso, in una cacofonia di suoni, talvolta rotti dal silenzio e dal frinire delle cicale, rispetto all'atto di sedersi di fronte ad un computer per cogliere la particolarità del singolo video. Volti di uomini, per lo più, e di donne, su sfondi talvolta naturali, talvolta cittadini, atteggiano le labbra per esprimere suoni differenti dalla voce umana. E, mi fa notare Maria Rosa, nella ricerca, modificano anche l'atteggiamento generale, come se, dall'interno di sé stessi, si verificasse un cambiamento per entrare in una parte altra rispetto alla propria identità umana.
Osservando i volti torna alla mente una mostra organizzata alcuni anni fa al Musée de l'Homme, a Parigi: venivano là presentate le esperienze di nuclei di popolazioni dell'Amazzonia che, ritenendo particolari uccelli un'altra espressione di sé, ne imitavano voci, forme e movimenti attraverso il suono, studiandone gli atteggiamenti e indossandone le piume.
Conosco ciò che si prova entrando in contatto con una realtà dove la quiete, la possibilità di solitudine, il rapporto tra esseri umani e natura, l'essenzialità del vivere, la lentezza del trascorrere del tempo e la percezione di esso sono diversi da quelli che, abitualmente, viviamo nel mondo occidentale. Immagino quindi la fascinazione della coppia di artisti e il loro desiderio di introdurre, attraverso modi culturali propri dell'industrializzazione, elementi di natura nel vivere quotidiano. Johan e Marie mi hanno detto che il loro obiettivo è quello di portare questi corti in una banca, in un 'azienda, anche in un carcere, per permettere a chi lì lavora o vive di usufruire di una suggestione altra rispetto al vivere quotidiano.
Nello scarto tra tentativo di ricreare un ambiente naturale e l'utilizzo di mezzi industriali si gioca una contraddizione tra natura e cultura che mi è parsa interessante e foriera di ragionamento. Ho nostalgia delle sensazioni vissute nella foresta amazzonica peruviana, nostalgia di tempi e di relazioni umane che costituiscono un'alterità forte rispetto al mio vivere quotidiano. Una nostalgia che non si traduce in azione perchè, forse, il surplus di tutto che la società nella quale vivo offre non mi consente di ricercare davvero l'essenzialità; probabilmente un contagio culturale rispetto ad una necessità naturale.
Ho chiesto ai due artisti la ragione per la quale poche donne sono state riprese nei video; la risposta è stata che l'imitazione degli uccelli non è usuale per le donne.

Mi sono detta che, forse, il motivo va ricercato nell'abitudine alla caccia, abitudine maschile che comporta l'imitazione, anticamente con mezzi vocali autonomi, oggi con i richiami, dei versi degli uccelli per attirarli laddove ci si è preparati ad ucciderli. E sono stata contenta che le donne non abbiano appreso che in poche l'arte dell'imitazione dei suoni.
Lorella Giudici, critica attenta, scrive nella presentazione della mostra:
" Quella che noi vediamo sul video non è la natura, ma è la copia di una copia, una sorta di trasposizione di quelli che dovrebbero essere i suoni della natura e che invece risultano essere una loro controfigura, come gli effetti speciali di un film.
Un gioco, ma anche uno strumento (la doppia accezione inglese del verbo play è perfetta) per ricreare un qualcosa che abbiamo quasi dimenticato, ripescandolo dai ricordi, da quella memoria ormai sopita, una pratica dimenticata e desueta
… La natura rivive in una quotidianità straniata e del tutto inadatta: una porzione di foresta vergine nel cuore di Milano, tra le mura di una galleria, nel bel mezzo di una giornata di lavoro, con i telefoni che squillano in continuazione e magari la neve che scende da un cielo grigio e pesante… Mentre dai video arrivano cinguettii e volti trasformati e chi fischia sembra tornato per un attimo bambino, tutt'intorno c'è il caos.
In un mondo in cui non sembra esserci più spazio per i sogni e tempo per vivere, ascoltare quelle voci così semplici e primitive è come un richiamo, una voce lontana e fievole che arriva dalle radici del mondo e che, nell'imbarazzo generale, non si sa più come prendere, come conciliare con un'esistenza che è ormai artificio e finzione."


Credo che Lorella abbia centrato il nucleo del problema e che, con il suo testo, abbia offerto ipotesi di pensiero da sviluppare.

                                                                  Antonella Prota Giurleo

21 dicembre 2010


fotografie di Silvio Segabrugo