Visioni facoltative

a cura di Micaela Mander

 


Il sacro secondo Stefania

di Micaela Mander


“La fotografia è anche questo mirabile deposito immateriale di pensieri, oggetti senza peso, narrazione”.
Viana Conti, dal testo in catalogo
Ogni artista, o più ampiamente, ogni essere umano, ha un suo luogo d’elezione: una casa, un paesaggio, una città - e non necessariamente nella propria patria -, di cui non può fare a meno. Nel caso della fotografa Stefania Beretta, il luogo dell’anima è l’India, che instancabilmente ha ritratto e continua a fotografare da trent’anni. La mostra personale, allestita in uno dei tre spazi espositivi in cui attualmente è articolato il Museo Comunale di Ascona, racconta del rapporto dell’artista con questo paese, di cui vuole narrare la quotidianità, inestricabilmente connessa, nella visione di Beretta, con il senso del sacro, attraverso punti di vista personali e originali.  E la mostra finisce per dire molto del cammino stesso dell’artista, dalle strade a un desiderio di eterno, che va oltre lo scatto fotografico, e che anzi, nella serie Paesaggi improbabili, si traduce nel gesto che vuole rendere ogni stampa unica e non riproducibile all’infinito: la fotografa cuce a macchina degli inserti di filo che vanno a sovrapporsi e a caricare di nuovi significati i profili degli edifici e dei paesaggi ritratti.

Il lavoro di Stefania Beretta procede per serie, alcune concluse, una ancora in corso, e utilizza diverse varianti della tecnica fotografica e dei mezzi a disposizione: in mostra ci sono 50 stampe, tratte da 4 differenti serie. La citata Paesaggi improbabili è quella ancora in progress; le altre tre ci portano dalle strade agli interni, da una dimensione pubblica e condivisa a una più intima e personale: indiarasoterra, realizzata nel 2001-2002, e che utilizza la polaroid in bianco e nero e la stampa ai sali d’argento, e Indian Walls, iniziata nel 2008 e conclusasi lo scorso anno, formata da immagini digitali a colori, raccontano in modi diversi la vita delle persone e i paesaggi visivi degli agglomerati urbani, con una grande attenzione al dettaglio, al particolare, fino alla riproduzione lenticolare di frammenti di muro, che a loro volta non sono altro che palinsesti che ci dicono, con le loro sovrapposizioni, della storia quotidiana della popolazione indiana. In ognuna di queste foto ci sono riferimenti al sacro: i rituali delle offerte, ad esempio, o i testi delle preghiere incollati alle pareti.

Ma poi Beretta, nella serie rooms, indaga le camere di locande e alberghi in cui ha soggiornato, tra il 1986 e il 1988: la mostra non segue quindi un ordine cronologico, ma anzi sembra percorrere a ritroso il cammino dell’artista, cercando le radici del suo interesse verso l’India nei viaggi meno recenti, e sottolineando quindi una coerenza di ricerca da parte della fotografa svizzera, qui celebrata per la sua bravura, e soprattutto per l’intensità del proprio percorso.

Abbiamo parlato di:
STEFANIA BERETTA. Una Segnaletica dell’Essere. 1986-2016
Ascona (Svizzera), Museo Comunale d’Arte Moderna (via Borgo 34)
Fino al 9 ottobre 2016
Orari:
Martedì - sabato, 10.00 - 12.00; 16.00 - 19.00 (agosto)
14.00 - 17.00 (settembre)
Domenica e festivi, 10.30 - 12.30
Lunedì chiuso

Ingresso gratuito: ragazzi fino a 18 anni
Catalogo Casagrande edizioni
Informazioni:
tel. +41 (0)91 759 81 40; museo@ascona.ch
Sito internet:
http://www.museoascona.ch
Si veda anche www.stefaniaberetta.ch

30 agosto 2016