Voci di artiste

 

 

Dall'arte della cura alla cura dell'arte

di Antonella Prota Giurleo

Lo spunto: un convegno e una mostra sull'arte della cura organizzato presso lo spazio dell'Unione femminile a Milano nel febbraio 2009.
Diverse artiste hanno interpretato l'idea della cura, del prendersi cura di altre o di altri, in termini naturali, sia dal punto di vista dell'uso dei materiali che da quello della medicina.
Tra le artiste invitate, quelle che hanno utilizzato solo materiali ecocompatibili sono state Zina Borgini, Maria Amalia Cangiano, Mavi Ferrando, Nadia Magnabosco, Marilde Magni, Elisabetta Pagani.
Maria Amalia Cangiano e Mavi Ferrando hanno affrontato nelle loro opere il tema della necessità di aver cura di sè per poter aver cura delle altre persone.
La figura afflosciata, realizzata in legno, da Mavi Ferrando rappresenta la curante che, applicandosi con dedizione assoluta alla cura di altri, perde sè stessa. L'artista esprime nell'opera Io ti salverò con significativa immediatezza la necessità di salvaguardare la propria autonomia per salvare inanzitutto sè stesse.

Un tema affrontato anche dalla critica d'arte e psicologa clinica Donatella Airoldi che, intervenendo al convegno, ha citato più volte il concetto di sano narcisismo di Heinz Kohut,. Sano narcisismo che protegge dall'angoscia e dal malessere, elementi che suonano come campanelli d'allarme in un soggetto che si adegua alle esigenze delle altre persone.
In Abbi cura di te Maria Amalia Cangiano utilizza garze, ovatta e lenzuola di cotone, o di recupero, il pile, per realizzare un letto, sintomo classico della malattia, assolutamente bianco, ad indicare la purezza. Sul letto è adagiata una coperta; parole ritagliate nel panno e poste sopra e sotto garze chirurgiche in un gioco di trasparenze attirano lo sguardo di chi osserva. Parole che, attraverso il colore rosso dell'energia e della vitalità e il verde della speranza, indicano le condizioni necessarie per poter curare altre persone: avere cura di sè stessi: coraggio, speranza, pace, forza, fiducia, amore...

Nadia Magnabosco ha ideato un'installazione composta da diversi bigliettini arrotolati, su ciascun biglietto diverse persone sono state invitate dall'artista ad esprimere i pensieri relativi alla cura di una persona cara. I pensieri nascosti, condivisione simbolica di un'esperienza personale, sono stati annotati su una carta nepalese, ricavata dalla pianta che ricresce spontaneamente dopo il taglio. Trecentocinquanta rotolini "costituiscono un grande punto interrogativo… per ricordarci che esiste una solitudine individuale di cui tener conto nell'affrontare la socialità del tema."
Scrivendo i loro pensieri sulla cura le persone, soprattutto donne, hanno dato parola a pensieri inespressi; alcune di esse hanno utilizzato la scrittura per rendere esplicito a sé stesse un percorso fatto oppure hanno affidato alla segretezza pensieri "cattivi", pensieri cioè che hanno prodotto sensi di colpa o di inadeguatezza.
Esplicitare pensieri a sé stesse, confessarsi un senso di colpa, costituiscono un modo per rendere più chiaro a sé stesse il proprio sentire e per ricercare il proprio benessere psichico.

nadia_magnabosco_artecura

Marilde Magni ha realizzato la que sabè, abito maglia di una guaritrice; l'artista l'ha costruito intrecciando strisce di pagine del libro dell'antropologa Barbara Fiore, Il bosco del guaritore. In esso l'autrice dà conto dell'esperienza di indagine sulla malattia mentale tra i Dogon del Mali, il jedi, il vento della follia e del progetto di cura attraverso l'integrazione tra medicina occidentale e naturale. L'abito, realizzato pazientemente a maglia, restituisce il senso del lavoro femminile, paziente, che necessità di calma e tranquillità e che, nel contempo, le produce, realizzato solitamente per sé o per una persona cara; lavoro nel quale occorre tenere insieme mani, mente e cuore, come in tutti i lavori che abbiano senso

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Zina Borgini ha voluto esplicitare nella sua installazione il senso della sacralità e della preziosità della cura del malato, sacralità e preziosità che, pur mettendo in conto fatica, dolore ed emozioni spesso difficili da gestire, costituiscono un arricchimento. L'artista utilizza spesso nel suo lavoro materiali di recupero, "materiali di uso quotidiano che devono avere una storia" e tessuti, il tulle o i materiali di cotone. In quest'opera ha utilizzato un lenzuolo sudario ( "un normalissimo lenzuolo di casa, regalato dalla mamma che mi ha dotata di lenzuola in numero sufficiente finchè vivo"), un cuscino che conserva l'impronta della testa del malato, un pettine, alcuni campanellini e un supporto dorati.

Elisabetta Pagani in Ma i bambini hanno mangiato? rende omaggio alla sua nonna. Un pane di ceramica posto su un lino antico, quasi grigio, con un semplice orlo a giorno e una rosa disidratata recante un biglietto con la scritta che ripete il titolo dell'opera. Titolo che costituiva la frase della nonna quando, al momento di cibarsi, voleva essere rassicurata, a differenza di molti anziani che tendono ormai a preoccuparsi solo di sé, sul fatto che i bambini avessero mangiato e che, solo allora, si disponeva a cibarsi.



(la parte che segue è stata pubblicata sulla rivista Noi Donne di febbraio 2010)

L'utilizzo creativo delle tecniche artistiche è stato ed è spesso utilizzato a fini terapeutici sia per sorreggere percorsi di uscita da situazioni di disagio che per consolidare percorsi di analisi di sé e di ricerca di benessere psichico.
L'esercizio della pittura libera rivolta a personalità in crescita, come le bambine e i bambini che creano nei laboratori di pittura creativa seguendo il metodo di Arno Stern, o ad adulte ed adulti di qualsiasi condizione psicologica e sociale, ha un effetto calmante e liberatorio.
Così è anche per l'esercizio della manipolazione, non è un caso infatti che all'Accademia di Brera, a Milano, dal 2004 si svolga un corso biennale di perfezionamento in Teoria e Pratica della Terapeutica Artistica. L'esercizio di realizzare la carta a mano e di realizzare, impastando, non solo fogli di supporto per dipinti e disegni, ma opere bidimensionali e tridimensionali comporta un impegno complessivo del corpo, quel tenere insieme mani mente e cuore che produce generalmente calma e serenità interiori.
Ricordo di essere rimasta colpita quando mi è stato raccontato che detenute della sezione femminile del carcere di Bollate, la casa circondariale II di Milano, provenienti da una situazione di chiusura, rimanevano nelle celle anche quando queste erano aperte.
Mi è venuto in mente quanto avevo letto in Donne che corrono coi lupi, di Clarissa Pinkola Estes; la scrittrice riportava un esperimento condotto sui lupi. Un lupo, animale libero e selvaggio per eccellenza, rinchiuso in una gabbia e sottoposto, ora su una metà, ora sull'altra metà, a stimoli elettrici, una volta aperta la gabbia rimaneva all'interno di essa, incapace, dopo la lunga costrizione, di recepire anche solo l'idea di libertà.
Al di là dell'orrore provato all'idea di simili "esperimenti" sugli animali, avevo pensato che mancava un pezzo a questo esperimento: l'animale libero che, fuori dalla gabbia, con la sua presenza invitasse l'animale imprigionato ad uscire. Mi era sembrato che l'esperimento, privo della mano amica, della possibilità di una donna ( questa era la similitudine) che aiutasse l'altra donna, priva di libertà, a superare la paura per uscire nel mondo, fosse monco.
Bollate è stato la riprova di questo. Lucia Castellano, direttrice lungimirante e intelligente, convinta assertrice del concetto di assunzione di responsabilità personale e collettiva, ha saputo continuare ad offrire alle donne detenute, come già era stato fatto rispetto agli uomini sino a che il carcere era stato solo maschile, una serie di opportunità che hanno permesso l'uscita dalle celle.
Conducendo quest'anno con Angela Gandolfi per agesol (associazione diretta da Licia Roselli che si occupa di inserimento a lavoro di persone che escono dal carcere) un laboratorio creativo rivolto alle signore detenute a Bollate mi è parso evidente, una volta di più, come anche le donne adulte in condizioni di esercizio di libertà, poste di fronte a superfici di grandi dimensioni ( fogli, stoffe, muri), libere di muovere mano e braccio senza le costrizioni esercitate rispetto ai limiti spaziali dei comuni fogli da disegno e senza l'impiccio - impaccio dell'utilizzo della matita (che implica l'esercizio della motricità fine e obbliga poi al rispetto dei contorni) possano ricavare serenità e gioia dall'esercizio della pittura.


Ricevuto un invito dalla Fira Magica, un'associazione culturale spagnola che ha proposto, per l'estate di quest'anno, una mostra di stendardi sul tema dei diritti umani intorno al castello di Can Ratés in Catalogna, ho pensato: "Perchè non proporre l'idea anche alle signore di Bollate?"
E' nato un telo che, su proposta di Angelica, vuole dire il diritto alla libertà; un telo con le impronte delle mani di ciascuna.


E, dopo il telo, spinte dall'entusiasmo di Angela, tutte a creare il Muro delle mani, un muro di impronte colorate.
L'atto di lasciare le proprie impronte dovrebbe essere doloroso per donne detenute perchè legato alla detenzione, invece la realizzazione della parete ha costituito momento di ironia e di allegria.
Ma una parete non è bastata, così si è invasa anche quella vicina, questa volta con un progetto: una fila di mani, curando di intercalare i colori, talvolta inserendo composizioni regolari, sempre realizzate con le impronte delle mani


( e anche di qualche piede).


Anche i piedi hanno poi svolto un loro ruolo, camminando nello spazio d'aria alcune giovani donne hanno seguito i contorni dei piedi tracciando un percorso che è diventato anche una corsa a chi arrivava prima, prima alla porta, per uscire, andare, fuori, almeno simbolicamente.


La cura dell'arte, semplicemente, in libertà.

 


foto di Nadia Magnabosco e Antonella Prota Giurleo


Milano, 8 febbraio 2010