Voci di artiste

 

 

VERONIKA VAN EYCK
1936 - 2001

di Antonella Prota Giurleo

 

Nasce a Monaco di Baviera nel 1936. Il padre, psicologo, intellettuale di sinistra, aveva contatti con Lenin e con la Repubblica di Weimar; la madre era una danzatrice olandese, da lei Veronika assunse il cognome.
Bambina, accompagnata a vedere uno spettacolo, vedendo danzare la mamma in mezzo alle finte fiamme scenograficamente realizzate per lo spettacolo, lo interrompe precipitandosi, gridando, sul palcoscenico.
Studia inizialmente a Monaco e, successivamente, alla Kunstewerbeschule di Zurigo.
Trasferitasi a Milano nel 1955, frequenta l'accademia di Belle Arti di Brera con gli scultori Marino Marini e Giacomo Manzù.
La sua prima personale risale al 1959, anno in cui espone le sue opere alla Bianchini Gallery di New York. Nel 1970 viene invitata alla Biennale Internazionale di Carrara, evento di fondamentale importanza per la scultrice che proprio in quella occasione scopre le svariate potenzialità del marmo e della pietra.
Veronika Van Eyck è considerata una delle più grandi rappresentanti della stagione artistica milanese del dopo guerra.

Sposa un noto ginecologo italiano, con il quale vive a Milano nella zona centrale.


Successivamente, dopo la morte del marito, si stabilisce a Buccinasco, dove realizza il suo laboratorio creativo: un grande studio con grandi macchinari per lavorare il marmo e dove poteva utilizzare la fiamma ossidrica per accostare metalli. Nel giardino sono collocate le sculture più grandi.
La casa nella quale, dopo un periodo in un appartamento in affitto, Veronika organizza casa e studio è in via Cellini; la casa, dopo la sua morte, è stata acquistata da Laura Menichini, figlia del marmista Fabio Menichini, uno degli artigiani con i quali la Van Eyck aveva lavorato.
Una casa studio caratterizzata dalla presenza degli attrezzi da lavoro, dalle opere d'arte proprie e altrui ( si ricordano anche opere di Picasso e di Modigliani), dalla presenza di amiche e amici ai party e alle cene, all'allegra circolazione delle oche, che camminavano tra casa e giardino, e dell'amato grande cane nero, al quale Veronika, per nulla attenta alla propria alimentazione, si premurava di preparare bistecche.
Nonostante il perdurare negli anni '50, di alcuni pregiudizi sulla donna-artista, le sculture di Veronika sono subito molto apprezzate e arrivano i riconoscimenti pubblici.

Le sue opere vengono esposte in gallerie in tutta Italia ed Europa, ma è a Milano che si consolida il suo successo. Alla fine degli anni '80, infatti, il capoluogo lombardo le dedica uno spazio espositivo all'aperto, nel cuore della città, allestendo un vero e proprio ''percorso di sculture'' lungo Corso Vittorio Emanuele.

" Una mostra così non l'avrò mai più nella vita: io di fianco al Duomo" sostiene l'artista, dimostrando una modestia che non sempre accompagna l'attività artistica.
La fama di Veronika arriva oltreoceano; molti dei suoi lavori sono conservati in alcune fra le più note collezioni pubbliche e private internazionali, dalla Germania all'America latina.

La scultura della Van Eyck si è sviluppata su poche tematiche principali, tra le quali la 'testa' rappresenta una delle più frequenti. Le sue opere caratterizzate dall'alternanza di superfici opache e lucide, variano per dimensione, tonalità di colore e presenza più o meno accentuata di elementi anatomici.
Molteplici sono i materiali utilizzati: dal bronzo, usato fin dai primi anni di attività si passa alle più diverse varietà di marmo, da quello nero del Belgio a quello bianco toscano, del quale l'artista scopre le forti potenzialità nel 1976, durante un soggiorno a Carrara.
E' lei stessa tuttavia a ribadire le difficoltà incontrate nella lavorazione del blocco di pietra, che spinge lo scultore ad ' inventare il lavoro non dall'interno verso l'esterno, ma viceversa '.
La tipologia più semplice dei suoi volti è data dal viso ovale, lineare, nel quale è difficile intravedere tratti somatici femminili o maschili. Le forme sono spesso spigolose, appuntite, quasi prive di fisionomia, mentre in alcuni casi i lineamenti sono sostituiti da una serie di tagli paralleli orizzontali e verticali.
E' soprattutto in questi esemplari che si manifesta la versatilità culturale e l'istinto creativo dell'artista, lontana dai valori del 'bello', 'piacevole' e 'classico', dotata di una sensibilità plastica evidente in tutte le sue creazioni, dalle più levigate alle più aspre, nelle quali si individua una straordinaria efficacia espressiva.

Le opere riportate sono di dimensione assai contenuta, e non vi è dubbio alcuno che da alcune di esse traspare con prepotenza la lezione appresa dai suoi Maestri prediletti: Giacomo Manzù e Marino Marini; quest'ultimo in modo particolare, a cui la Van Eyck fu sempre molto legata e del quale fu l'allieva prediletta, avendo però trovato una espressività del tutto personale.
Veronica Van Eyck sceglie con estrema attenzione i materiali da cui fare scaturire le sue opere d'arte; è una grande perfezionista.
Tra le immagini che la ritraggono una nella quale è ripresa mentre vaga tra le lastre di pietra in un cantiere di Milano alla ricerca della base adeguata per una forma che ha battuto in rame.
Porta il cilindro di rame con lei per assicurare una corrispondenza perfetta.

Nel maggio del 1994 viene organizzata una sua mostra dal titolo Sculture in ferro all 'Antico Oratorio della Passione del museo della Basilica di Sant'Ambrogio a Milano. Vengono esposte una trentina di opere realizzate tra il 1992 e il 1994. Nel comunicato stampa che presenta la mostra le opere esposte vengono definite " testimoni del più recente amore di Veronika, il ferro."

Così prosegue poi il comunicato: " Sculture in ferro, grandi e piccole, delicate e rassicuranti come Il bosco dei tulipani,

ma anche aggressive come la bellissima Figura con lance.



Un "corpus artistico" sempre volto ad esprimere una continua tensione emotiva tra forze antitetiche: Eros e Tanathos.




Oggetti "recuperati" e subito "ricomposti" in altrettante visioni poetiche di rara suggestione evocativa, attraverso un intelligente e maturo lavoro interpretativo che diventa creazione.
Opere che non urlano, ma accarezzano l'anima, riservate e sottili, come la delicata personalità di Veronika van Eyck.




Ed è la stessa Veronika che, sul catalogo che accompagna l'esposizione, scrive del suo innamoramento per il ferro.
" Per vent'anni ho lavorato sul bronzo, poi per dieci anni il marmo di Carrara.
Ricordo dell'innamoramento che mi ha preso quando una notte ho visto per la prima volta le cave di marmo che mi venivano incontro, bianche e illuminate dalla luna piena.
Ho attraversato due anni fa la Catalogna. In un paese, Porera, ho incontrato un vecchio antiquario. Aveva del bellissimo ferro e vecchi attrezzi agricoli. C'erano antiche lance di provenienza araba che venivano utilizzate per incanalare il corso dell'acqua nelle risaie…
Ho pensato: "E se inserisco queste lance nei miei guerrieri?" Le ho comprate tutte.
In Castilla ho trovato un attrezzo in legno molto strano.
Ne ho rivisto uno simile al Museé de l'Homme a Parigi.
Sul delta dell'Ebro ho convinto un mio amico a cedermi dei vecchi attrezzi da lavoro, oggi introvabili.
Con centinaia di chili di ferro arrugginito sono arrivata alla frontiera di Andorra, ed ho avuto abbastanza difficoltà a spiegare ai doganieri a cosa mi servivano quei rottami.
Comunque sono riuscita ad arrivare con questo carico fino a Milano.
Un giorno è passato di qui un antiquario di Parma con ferri antichi. Si stava recando a una fiera. Non c'è mai arrivato. I ferri erano troppo belli e dovevano essere miei.
Mi sono trovata quindi pezzi di ferro sparso su 150 metri quadrati di pavimento. Ho imparato a saldare e mi sono regalata un LASER che taglia le lastre fino a un centimetro di spessore. E ho iniziato a comporre le mie sculture:
Il bosco dei tulipani,
il colloquio degli attrezzi tra di loro
l'aggressione del ferro del calzolaio, e così via.
Le mie sculture, soprattutto le grandi, sono a volte aggressive, ma credo che rispecchino la paura che ho del mondo e della gente, mi difendo prima di venire aggredita.
Ma ci sono sculture nuove, anche molto tenere, da accarezzare, a cui voler bene, perché il ferro può essere bellissimo
."



Mi affascinano la ricerca dei materiali e il recupero di essi che Veronika fa. Riconosco nel suo raccogliere un'attitudine femminile, quella che induce noi donne a conservare ciò che può tornare utile, ma anche un'attenzione a non disperdere gli oggetti costruiti dall'umanità, oggetti che, se conservati, dureranno più a lungo delle persone che li hanno realizzati, raccontandone la storia.
Immagino Veronika che, guardandosi intorno nello spazio dello studio, vede la miriade di oggetti raccolti e pensa razionalmente a come renderli scultura. Il gesto istintivo della raccolta precede quello istintivo razionale dell'accostamento che, a sua volta, determinerà la decisione razionale di apprendere ad usare la fiamma ossidrica.


Ancora nel catalogo della mostra milanese a Sant'Ambrogio Veronika racconta di quando Manzù, suo docente di scultura all'Accademia di Brera, le si avvicinò dicendole: "Qui tu non imparerai mai niente" invitandola a recarsi dall'artigiano Galvanoni, sbalzatore di rame.
E sono ancora la modestia e la consuetudine femminile al ringraziamento a colpire nel lungo testo Ai miei artigiani che Veronika dedica a chi le ha insegnato a utilizzare materiali diversi perchè " il contatto con le botteghe degli artigiani fu per me sempre fonte di arricchimento, non soltanto dal punto di vista delle tecniche, ma anche psicologico perchè questi personaggi, con la loro acutezza, mi hanno sempre aiutato nella soluzione pratica dei problemi che le mie esigenze creative ponevano".

" Donna molto originale, politicamente impegnata a sinistra, per nulla abitudinaria né consuetudinaria, aveva il cervello sempre in movimento" così ne parla Nina Bellomo, dall'87 al '94 dirigente del settore Cultura Istruzione Sport Servizi sociali del comune di Corsico. Il comune ospitò negli anni '90 una personale dell'artista nello spazio espositivo della Pianta; nel cortile è collocata una scultura donata dalla Van Eyck alla città.


Una pratica, questa del dono, squisitamente femminile e che accompagna il fare di Veronika; così Nina può mostrare alcuni oggetti e opere che le sono state regalate: un ciondolo, un'incisione, uno di quegli oggetti di uso comune che, come ebbe modo di dichiarare la stessa Veronika, aveva iniziato a realizzare per guadagnarsi da vivere, non disdegnando neppure di realizzare maschere funebri.

E sono Nina e Giorgio Crepaldi a raccontarmi dell'interesse e della passione politica che la scultrice aveva sviluppato nei confronti della lotta per l'indipendenza del popolo curdo, una passione che l'ha condotta ad effettuare diversi viaggi in Turchia e ad assumere posizioni politiche e personali di condivisione.
Come i tanti artigiani con i quali Veronika ha lavorato, l'incontro tra lei e Giorgio Crepaldi è avvenuto per motivi di lavoro infatti l'artista si recava alla fonderia Recrosio a Corsico per riprodurre in bronzo le sue sculture; il lavoro di Giorgio consisteva nella ripulitura e nella lucidatura. Dalla collaborazione lavorativa è nata una conoscenza che ha portato ad un'amicizia fondata anche sulla comune idealità politica. Simpatizzante di Rifondazione comunista Veronika ha donato alla sezione due sue sculture, una delle quali, in ferro, reca, incisa a punzone, la sua sigla: Eyck.

Nell'ottobre del 1996 alla galleria di Lyda Levi, a Milano, viene organizzata una mostra di incisioni e sculture dal titolo Kurdistan mon amour La morte a Bayram Pascia. Istambul.

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Così scrive Monika von Zitzewitz nel testo di presentazione delle incisioni:

"Queste non hanno niente a che fare con l'arte", diceva Veronika nel mostrarmi le incisioni. E si sbagliava, giacchè di miseria e di morte sanno parlare solo poeti e artisti. A noi, che non siamo né l'una né l'altra cosa, mancano le parole per farlo. La forza di immaginazione per esprimerle, la miseria e la morte, l'hanno avuta solo i primitivi e i grandi artisti.
Nei disegni preistorici, nelle flagellazioni e crocefissioni romaniche-
Nei rari schizzi di coloro che sono sopravvissuti nei campi di concentramento. Kathe Kollwitz e George Grosz. Chi altro?
Veronika van Eyck ha conosciuto anni fa, ad Istambul,quasi per caso, la miseria dei curdi e il pensiero di essa non l'ha più abbandonata.
Quando l'estate scorsa, 80 curdi incarcerati a Bayram Pascia iniziarono lo sciopero della fame e morirono sebbene lo sdegno nel resto del mondo avesse obbligato i turchi a nutrirli artificialmente in ospedale, Veronika tornò alla da lei quasi dimenticata tecnica dell'acquaforte. Solo attraverso il bianco e nero si poteva rendere figurativamente questo morire. Tratteggiati con poche linee quei corpi sfiniti urlano la loro accusa al mondo che non sente.
Non hanno bisogno della testa. Sono anonimi come la pena dei curdi. Solo i corpi ricomposti nella bara - quei corpi gonfiati dal digiuno- hanno la testa. Senza occhi e lineamenti.
Una testa senza espressione dove una insensata fleboclisi dovrebbe invano tenere in vita il moribondo. Guardare le incisioni di Veronika richiede coraggio o piuttosto, umiltà. E sdegno. Umiltà di fronte alla sofferenza, sdegno per l'indicibile miseria di un popolo maledetto.
"

Ma è la stessa Veronika che prende parola nel catalogo, e così scrive:

"Con questa mostra di incisioni, sul tema della morte per fame dei prigionieri politici, nella prigione di Bayram Pascia a Istambul, mi congedo dalla scultura per almeno due anni.
Non si può esprimere tutto con la scultura.
Scriverò di nuovo per i giornali sul tema della donna. Gli uomini sono autosufficienti, sanno tutto meglio, si difendono benissimo da soli e sparano meglio di me.
Perciò vado dalle donne, i cui mariti sono in galera, e chiedo loro come vivono: quante volte possono vedere i loro mariti e come credano di sopravvivere in una città come Istambul con 12 milioni di abitanti e il 50% di disoccupati.
Non è un'impresa molto facile perché a casa le donne islamiche non possono ricevermi, in strada non possiamo parlare, al bar non possono andare, l'Islam non lo permette. Vedrò.
Il cardinale di Torino, Saldarini, mi ha detto che ho un grande angelo che mi accompagna ovunque.
Vedremo se mi protegge.
"

Donna molto colta, molto intelligente e, nello stesso tempo, umile e generosa, si occupava attivamente di diverse problematiche sociali ricercando modalità concrete di sostegno: aveva adottato a distanza diverse bambine e bambini; aiutava economicamente il popolo curdo, ospitando anche, nella sua stessa casa, famiglie e rifugiati politici ( Paolo Limonta era referente a Milano per associazione Italia Kurdistan); sosteneva Emergency, infatti Giorgio Crepaldi ricorda gli incontri con Teresa Sarti ( compagna di Gino Strada).
E' sempre Giorgio che ricorda come Veronika si recasse spesso alla Stazione Centrale di Milano perchè, come sosteneva, lì si poteva davvero comprendere la tematica dell'immigrazione.

Gli ultimi anni della sua vita devono essere stati molto tristi per una serie di motivi che vanno dalla fragilità psichica, comprensibile dopo che, in uno dei suoi viaggi di solidarietà con la popolazione curda, era stata fermata dai servizi segreti turchi, alla difficoltà di gestione dell'economia domestica e alla impossibilità di utilizzare strumenti consueti per la realizzazione delle sue opere, come il martello pneumatico a causa di una grave forma di artrosi che le aveva colpito le mani.
E' di questi ultimi anni il ritorno alla fusione in bronzo alla quale ricorreva dopo aver realizzato i modelli in creta o in plastilina.
Durante uno dei suoi frequenti viaggi in Marocco, annuali le sue visite a Marrakesh dove, amante degli animali, si era "innamorata" di un cammello, è stata ricoverata in ospedale e poi trasferita in Italia dove si era ripresa un poco. Ricoverata al reparto psichiatrico a Passirana di Rho e successivamente vicino ad Ivrea, muore nel 2001.

 

Scheda preparata da Antonella Prota Giurleo in occasione dell'incontro organizzato dall'associazione di donne Galassia su Veronika Van Eyck nel febbraio 2011.

Informazioni ricavate da:
. scheda ricerca su internet redatta da Alessia Mietto
. catalogo mostra Sculture in ferro e catalogo mostra Kurdistan mon amour forniti da Nadia Magnabosco e Marilde Magni di Oltreluna
. conversazione con Nina Bellomo
. conversazione con Giorgio Crepaldi.

9 novembre 2011