Voci di artiste

 

 

Artemisia Gentileschi *

( 1593 - 1652/53; la data incerta è dovuta al fatto che non si ha notizia della morte ma non si hanno più notizie di Artemisia dopo il '54, si presume che sia morta nella peste del 1656 )

di Antonella Prota Giurleo

 

Artemisia Gentileschi nasce a Roma l'8 luglio 1593; dalla morte della madre, Prudenzia, avvenuta a trent'anni nel 1605, trascorre infanzia e giovinezza in un ambiente artistico fertile, a contatto con l'attività pittorica del padre, Orazio Gentileschi, pittore caravaggesco.
E' il padre stesso a sostenere nel 1612 che la figlia, già da tre anni, dipinge opere tali "che forse principali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere".
Il fatto che una donna pittrice emerga dalle cronache del tempo è un fatto straordinario: le donne infatti, se pure si dedicavano alla pittura, lo facevano all'interno di una bottega, al seguito di qualcuno. In questo modo il loro lavoro restava anonimo, e se ne sono perse le tracce.
Nella Susanna e i vecchioni del 1610 Artemisia dimostra di aver già superato gli insegnamenti paterni e rivela una ricerca autonoma che si rivolge al Caravaggio.


Numerose opere, seppure con qualche dubbio, possono essere datate tra il 1609 e il 1612, gli anni della prima attività romana di Artemisia:
. Madonna col bambino della galleria Spada
. la prima Giuditta decapita Oloferne
. forse la Giuditta e la fantesca della collezione Lemne che potrebbe rivelare, nel volto di Giuditta, il primo autoritratto di Artemisia.


E' da notare come, già in quest'opera, Artemisia si stacchi dall'interpretazione dello stesso soggetto operata dal padre che raffigura la fantesca come una donna più anziana, mentre Artemisia la interpreta come coetanea di Giuditta.



Nel 1612 si svolge il processo contro Agostino Tassi, accusato da Orazio Gentileschi, suo amico e collaboratore, di aver compiuto violenza su Artemisia nel maggio 1611. Artemisia subisce quindi un processo pubblico per stupro: alle torture degli interrogatori pubblici e della visita ginecologica pure pubblica si aggiunge il fatto di ritrovarsi al centro di uno scontro per il controllo dell'azienda familiare (*).

L'identità pittorica di Artemisia è inizialmente difficilmente identificabile, sino al momento dello stupro e del pubblico processo i quadri vanno infatti sotto il nome del padre. Oltre all'invisibilità del talento di una donna pittrice emerge da questa vicenda anche il fatto che, per la società contemporanea, il momento in cui la donna diventa adulta è quello dell'iniziazione sessuale.
Dopo il processo Artemisia è costretta al matrimonio con Pierantonio Stiattesi e all'allontanamento da Roma.
La sua attività è documentata a Firenze tra il 1612 e il 1620; nel 1615 Michelangelo Buonarroti il giovane commissiona alla pittrice, pagandola il triplo dei colleghi fiorentini, impegnati in analoghe commissioni, il pannello con L'Inclinazione per il soffitto della sua casa di via Ghibellina.


Il successo di Artemisia è immediato e prestigioso in città, anche presso la corte medicea.
La pittrice, forse per accentuare la propria indipendenza dal padre o per tentare di separarsi dal peso doloroso del passato, si firma a Firenze Lomi e non Gentileschi. Lomi è cognome comunque appartenente alla famiglia paterna; Artemisia lo riprende dallo zio, Aurelio Lomi, prezioso disegnatore e raffinato pittore, impegnato in committenze tra Genova e la Toscana; Aurelio costituisce un precedente fiorentino per la nipote.
Nel 1616 entra a far parte dell'Accademia del Disegno. Successivamente esegue per la corte medicea la Maddalena di Palazzo Pitti e una serie di opere non ancora recuperate; probabilmente per l'influenza dell'ambiente fiorentino sembra attenuarsi la vena caravaggesca di Artemisia.


Rientra a Roma improvvisamente sebbene, in una lettera inviata al granduca Cosimo II, prometta di rientrare a Firenze dopo pochi mesi, il tempo di sistemare i "travagli" familiari e "ristorare l'uno e l'altro mio danno".
Il breve allontanamento diviene invece una separazione definitiva; la presenza a Roma di Artemisia e della figlia Palmira è documentata nell'abitazione di via del Corso dal 1623 al 1626. La morte di Cosimo II nel 1621 può aver convinto la pittrice a restare a Roma.
Probabilmente nel 1627 avviene invece la partenza da Roma; un soggiorno a Venezia pare testimoniato da alcuni sonetti stampati nella città in onore della pittrice, ma è certo che nel 1630, quando esegue L'Annunciazione di Capodimonte, Artemisia deve essere a Napoli già da qualche tempo.


Non si conoscono le ragioni di questo trasferimento che si prolungherà, salvo brevi viaggi (forse a Pisa nel 1636) e soggiorni (in Inghilterra) fino alla morte, avvenuta tra il 1652 e il 1653.
Un tema assai caro ai tempi, ripreso anche da Artemisia, è quello di Giuditta che decapita Oloferne. In una prima versione, quella della Galleria Nazionale di Capodimonte a Napoli, la figura di Giuditta è quella di una giustiziera.

In precedenza, nelle diverse versioni della Giuditta e la fantesca tutto era impostato su un dialogo muto tra le due donne: successivamente al processo l'alleanza tra le due donne si esprime attraverso un maggiore pathos, il conflitto è risolto nel rapporto luce ombra e nell'avvoltolarsi delle pieghe. Il punto di gravità è rappresentato dal maschio che viene decapitato mentre la fantesca lo tiene fermo e dalla bocca semiaperta esce il sangue che macchia il lenzuolo.
Artemisia ha l'ossessione del sangue " perchè io ero di povera complessione" e fa della pittura il suo strumento di vendetta rispetto al "non tanto dipingere" del Tassi che la invitava a sfruttare la sua bellezza per vivere.
Nel testo di Anna Banti Artemisia si evidenzia come donna di genio che ha come riferimento il padre sino al momento dell'esecuzione dell' Allegoria della pittura in cui avviene un parto intellettuale, cerebrale, come avviene per gli uomini ( Atena nasce dalla testa di Giove): nasce infatti una figura che, a poco a poco, Artemisia riconosce. Si tratta di Annella De Rosa, la sua figlia adottiva in quanto figlia del suo genio, non la sua figlia carnale che nulla ha a che vedere con lei. Anna Banti recupera qui la genealogia femminile, il ritrovamento cioè non della figlia corporea ma della figlia del suo intelletto. Artemisia è, a questo punto, una donna compiuta, ha prodotto qualcosa che assomiglia a lei, può staccarsi dal padre.
E' a Napoli che Artemisia trascorre gran parte della sua vita professionale, lì l'artista sarebbe rimasta - salvo la parentesi inglese e trasferimenti temporanei - per il resto della sua vita. Napoli (pur con qualche costante rimpianto per Roma) fu dunque per Artemisia una sorta di seconda patria nella quale curò la propria famiglia (a Napoli maritò infatti, con appropriata dote, le sue due figlie), ricevette attestati di grande stima, fu in buoni rapporti con il viceré Duca d'Alcalá, ebbe rapporti di scambio alla pari con i maggiori artisti che vi erano presenti (a cominciare da Massimo Stanzione, per il quale si deve parlare di una intensa collaborazione artistica, fondata su una viva amicizia e su evidenti consonanze stilistiche).
L'esordio artistico di Artemisia a Napoli è rappresentato forse dalla Annunciazione del 1630, opera che si ritiene provenire dalla chiesa di San Giorgio dei Francesi e che oggi si trova al Museo di Capodimonte. L'Annunciazione è una delle rarissime opere dell'artista a destinazione pubblica: esse sono in tutto quattro e tutte del periodo napoletano. A Napoli, per la prima volta, Artemisia si trovò a dipingere tele per una cattedrale, quelle dedicate alla Vita di San Gennaro a Pozzuoli. In queste opere Artemisia dimostra, ancora una volta, di sapersi aggiornare sui gusti artistici del tempo e di sapersi cimentare con altri soggetti rispetto a quelli precedentemente affrontati. ( Annunciazione: la gran manica dell'angelo; Giuditta e la fantesca: figure femminili realismo da bassifondi, zingaresche)


Della sua prima figlia si hanno notizie dal 1617 al 1637, mentre di un'altra, nata probabilmente a Napoli verso il 1630, si sa che si è sposata.
Napoli era allora metropoli europea, seconda solo a Parigi per densità abitativa, luogo prodigo di occasioni di lavoro; la pittrice era molto richiesta dai "potenti della terra" di differenti città, suo unico cruccio quello di non riuscire a sfondare a Firenze dove pure poteva contare sull'amicizia di Galileo Galilei.
Nel 1638 Artemisia raggiunse il padre a Londra, presso la corte di Carlo I, dove Orazio era diventato pittore di corte. Dopo tanto tempo padre e figlia si ritrovarono legati da un rapporto di collaborazione artistica, ma nulla lascia pensare che il motivo del viaggio londinese fosse solo quello di venire in soccorso all'anziano genitore. Certo è che Carlo I la reclamava alla sua corte ed un rifiuto non era possibile. Orazio inaspettatamente morì, assistito dalla figlia, nel 1639.
Alcune lettere fanno comprendere la giusta considerazione che Artemisia aveva per la sua competenza artistica:

"…il nome di una donna fa star in dubbio sicchè non si è vista l'opra…"
"… non starò a fasti dirla di queste chiacchiere feminili, ma l'opere saran quelle che parleranno…"
"… e farò vedere a V.S.Ill.ma quello che sa fare una donna…"
"… Avverta V.S. Ill.ma che quando io domando un prezzo non fo all'usanza di Napoli che domandano quaranta e poi danno 4 io so' Romana e perciò voglio procedere alla Romana…"
Pare curioso il suo annotare, in una lettera del 1649, che "… le spese son molte per occasione di tenere queste femine igniude ma credetemi s.re d. Antonio che le spese sono intollerabili per che se ne espoglino cinquanta e appena gine bona una…"

(*) Questa la testimonianza di Artemisia al processo, secondo le cronache dell'epoca:
" Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch'io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l'altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne "
(Eva Menzio (a cura di), Artemisia Gentileschi, Lettere precedute da Atti di un processo di stupro, Milano, 2004>)


* Scheda preparata da Antonella Prota Giurleo per la visita organizzata dall'associazione di donne Galassia alla mostra a Palazzo reale di Milano nell'ottobre 2011.

Le informazioni sono state ricavate da:
. conoscenze personali
. Note su Artemisia Gentileschi di Gianni Papi in FMR n.5 del 1991
. Artemisia a cura di Roberto Contini e Gianni Papi. Catalogo della mostra fiorentina del 1991
. Presentazione di Paola Azzolini del testo Artemisia di Anna Banti, Centro donna San Donato, marzo 1993
. Wikipedia 2010


                                                                                               7 novembre 2011