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Voci di artiste

 

 
 

 

 

Biennale 2005: qualche impressione, nessuna critica
di Nadia Magnabosco

Con maggiore curiosità affronto quest'anno il periodico appuntamento che io e tre amiche ci diamo per le biennali di Venezia. Tutti ne hanno parlato prima, le due curatrici sono due donne: chissà cosa combineranno. Molti ne hanno parlato dopo: "uno schifo, una vergogna", hanno tuonato strapagati 'critici' da piccolo video. Che dire quindi di fronte alla prima di queste "brutture" che ci accoglie nella prima tappa all'Arsenale (Sempre un po' più lontano, curata da Rosa Martinez), un gigantesco lampadario di tampax della giovane artista portoghese Joana Vasconcelos

"A Noiva"( la sposa)

che colpisce non solo per la sua grandezza ma per l'idea che ci sta dietro? Non solo è bello e originale, ma è un'idea potente che passa attraverso l'uso artistico di un oggetto banale, familiare all'artista come a milioni di altre donne. Ma forse l'immagine del sangue che evoca è "vergognosa"? Che dire allora dell'opera della guatemalteca Regina Calindo (vincitrice del Leone d’Oro under 35) ,

che nei suoi video usa davvero il sangue per raccontarsi e raccontare il suo paese, nel quale oltre 394 donne sono state assassinate tra il 2004 e il 2005, creando immagini dure da guardare per la sofferenza che suscitano, ma certo capaci di colpire al cuore? Appare allora evidente che la colla che tiene insieme molte opere presenti alla biennale è, molto più che nel passato, la condizione femminile e i temi ad essa comunque legati come corpo, emozioni, amore, ma anche la capacità di trascinare questi temi verso l'esterno creando nuove terre d'indagine. Ci sono donne che distruggono servizi di piatti come Runa Islam,

artista trentacinquenne del Bangladesh, autrice e protagonista di un film di sette minuti in cui è impegnata a distruggere, lentamente ma inesorabilmente, una preziosa collezione di porcellane. O donne di legno in attesa di essere bruciate come quelle dell'artista tedesca Paloma Varga Weisz

o le bucce di cipolla su marmo dell'italiana Bruna Esposito

Opere curiose, che ci attirano e ci respingono insieme, evocatrici di quella dualità che le donne sanno a volte così bene raccontare. Oppure opere un po' stregate, capaci di ammaliarci come l'installazione della colombiana Maria Teresa Hincapié de Zuluaga che, in un ambiente di grande suggestione che non vorremmo mai lasciare, ci invita ad entrare nella gabbia della sua cultura attraverso la proiezione su un muro sfatto di immagini avvolgenti come la musica e il tremolio delle candele tutto intorno.

O come la scultura di Mona Hatoum, artista libanese affermata, che che ci fa riflettere sull'eternità con segni circolari sulla sabbia che un braccio meccanico che non si ferma mai, forma e cancella continuamente.

O ancora l'affascinante video su pittura della pakistana Shazia Sikander che, con immagini ornamentali di cultura indiana proiettate su un dipinto fisso, forma coi suoi disegni un mandala in continuo movimento per esprimere le sue personali visioni

E anche, (finalmente?), un po' di pittura con le opere-diario della cantante-artista turca Semiha Berksoy

l'altra grande vecchia (morta l'anno scorso a 94 anni) presente alla biennale con l'ormai famosissima e vivente Louise Bourgeois. Ho così finito di ricordare le opere che più mi hanno colpito, e non sono poche, nella visita all'Arsenale, guarda caso tutte di donne, a cui aggiungerei la videoinstallazione di grande effetto del greco Nikos Navridis che, sul pavimento di una sala vuota, proietta dall'alto l'immagine di una distesa di spazzatura che scorre così rapidamente da farci perdere l'equilibrio, oltre che sommergerci di schifezze (queste vere, non artistiche) insieme alle generazioni future.

Il giorno dopo visitiamo i Giardini dove Maria de Corral ( l’altra curatrice della Biennale) ha allestito le 34 sale del Padiglione Italia. Anche qui sono presenti parecchie artiste: "Le donne hanno uno sguardo più completo e globale che non si ferma solo all'arte ma alla vita anche quotidiana. Si preoccupano poco della formalità e molto del contenuto. Tentano più di capire che di presentare qualcosa di "bello"".

Cominciamo con le scritte di Barbara Kruger (Leone d'oro alla Carriera), che inizialmente neppure notiamo, forse per effetto di un principio di saturazione in atto.

Per María de Corral: "Barbara Kruger è un'artista concettuale il cui lavoro combina immagini e testi indirizzati verso rappresentazioni culturali del potere, dell'identità e della sessualità, sfidando stereotipi e clichès. Attraverso le icone visuali da lei create dagli anni '70, interroga lo spettatore su temi quali il femminismo, il classicismo, il consumismo, l'autonomia individuale e il desiderio". Per la Biennale ha realizzato Untitled (Façade), dove appaiono, appunto, grandi scritte tipo "Compro dunque sono" e "Passi alla storia se fai affari".

Transitiamo poi fra capisaldi della pittura spesso già visti come F. Bacon, P. Guston, A. Tapies, e alle ben quotate Marlene Dumas e Agnes Martin, fino alla curiosa video installazione odorosa della cubana Tania Bruguera, che con le bustine da tè usate come tappezzeria a parete, mostra una delle sue metafore del potere: "La mia opera è una reazione all’ambiente in cui vivo — una commistione di elementi collettivi e sociali, combinati per avviare una riflessione sulla cultura, la politica, l’ideologia e l’identità. In questo senso, il mio lavoro si concentra sulla relazione tra arte e potere, sulla possibilità del cambiamento e sulle trasformazioni umane, viste come elementi fondamentali delle dinamiche sociali."

Fra le più giovani generazioni ci diverte il video tenero e intenso del sudafricano Robin Rhode che fa muovere i suoi bambini su giochi disegnati a gesso

e le curiose e affascinanti torri di sagome di suole di scarpe ritagliate da elenchi telefonici di José Damasceno, brasiliano,

e il video di Candice Breitz, sudafricana, che, manipolando pezzi di film, si inventa dialoghi (purtroppo in lingua inglese) sulla figura materna.

Tuttavia, nel suo complesso, la visita al labirintico Padiglione Italia non ci appare altrettanto ricca di stimoli come la precedente all'Arsenale, forse perchè è minore l'occasione di imbattersi in sconosciute "rivelazioni". Dei restanti padiglioni alcuni sono delle vere delusioni (soprattutto vista la stanchezza a trascinarci in giro), altri sono eccezionalmente belli come il Padiglione francese che accoglie una splendida installazione in movimento di Annette Messager

e il Padiglione islandese

dove Gabriela Frioriksdottir, nata nel 1971, è l’artista più giovane a rappresentare l’Islanda alla Biennale fino ad oggi, e infine, il Padiglione canadese per il video proiettato sull'acqua di Rebecca Belmore.

Anche fuori dagli spazi della Biennale la città accoglie numerose opere. Appena arrivate ci siamo imbattute nelle splendide trecce dell'installazione preparata alla Fondazione Levi dall'iraniana Mandana Moghaddam che, traendo spunto da un antico mito iraniano, narra la storia di una bella ragazza imprigionata da uno sciacallo in un giardino paradisiaco. L’opera è composta da un blocco di cemento sospeso al soffitto da quattro lunghissime trecce, ciascuna fissata con un nastro rosso all’estremità.

"Il blocco di cemento è simbolo della mascolinità tradizionale, assoluta, ma anche espressione di monotonia e freddezza. La treccia col nastro rosso è simbolo di brio, sensibilità e pacata luminosità femminile: è ciò che rende sostenibile il pesante blocco di cemento tenendolo sospeso."

Alla Fondazione Querini Stampalia abbiamo visitato la splendida mostra di Kiki Smith che merita da sola una successiva trattazione specifica (vedi: Kiki Smith). E, col rimpianto di non aver visto l'installazione di Pipillotti Rist e altre sparse qua e là, e in mezzo alle numerose momentanee dimenticanze di cui chiedo scusa, qualcuno mi dica se non valeva la pena, assai più che in passato, di un viaggetto a Venezia anche se la città, e l'organizzazione della Biennale in particolare, si dimostra poco accogliente verso il visitatore (si può chiudere alle 18 in piena estate? e attenzione, se avete un biglietto aereo vi fanno lo sconto sull'ingresso, col biglietto del treno no!).

13 luglio 2005

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