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Kiki Smith

di Nadia Magnabosco

Chi va a Venezia in questi giorni, per turismo o per la Biennale 2005, ha un'occasione in più: la bella mostra di Kiki Smith allestita alla Fondazione Querini Stampalia a cura di Chiara Bertola: Homespun Tales - Storie di occupazione domestica.

Un'occasione unica per vedere così tanti lavori di questa artista americana (nata in Germania nel 1954 ma che vive e lavora a New York dagli anni '70) e comprendere il suo particolare linguaggio artistico, sospeso fra mito, fiaba e poesia, dove la figura femminile diventa il mezzo artistico di indagine dei contesti storici. Avevo già visto i lavori di Kiki Smith in giro per gli Stati Uniti e anche in Italia, recentemente, all'ultima Biennale Donna di Ferrara e alla mostra di Rovereto "Il bello e la bestia". Ma si trattava pur sempre di opere varie poste dai curatori in contesti finalizzati e quindi sempre un po' "compresse". In questa mostra invece l'artista ci appare vicina, forse è nell'altra stanza, la si sente quasi respirare nell'atmosfera che è riuscita a creare negli ambienti della dimora nobiliare veneziana che ha ricomposto con l'entusiasmo e la curiosità di una Alice nel paese delle meraviglie. Riprendendo gli elementi caratteristici della vecchia casa, li trasforma e li trasferisce in un suo racconto personale, rendendoli protagonisti di altre immaginarie storie che sta a noi visitatrici-visitatori inventare. Tavoli, decori e specchi perdono la patina del sacro che il passato ha steso su di essi e prendono a vivere in un quotidiano un po' fantastico e irreale, fatto dei bianchi candori delle sue bambine bianche e dei colori autunnali di vasi, piante e foglie, di bambole di pezza, di terraglie e altri oggetti della nostra quotidiana domesticità.

Ecco, ora svaniscono.
I volti e i luoghi, come quella parte di noi che li amava, come poteva.
Per rinnovarsi, trasfigurati, in un'altra trama.
T.S. Eliot

E' come se delle finestre si fossero aperte sulle stanze che si susseguono al terzo piano della fondazione, lasciando entrare il caldo respiro della vita e dei sogni di un mondo tutto al femminile. Mi ci vorrei fermare un po' in queste stanze, saturarmi di quella suggestiva atmosfera fiabesca che evocano, per avere il tempo di esserci ma anche di sentirmi, di vedermi, per rispecchiarmi e ritrovarmi, attraverso quel filo invisibile che mi riconduce alle storie di altre donne, quelle donne del Settecento che abitano nei quadri ai piani più bassi della Fondazione e che hanno ispirato le opere della Smith.

Ognuna di quelle candide figure di donna in porcellana o altri materiali mi rimanda a una parte di me mai rivelata, oppure velata, a storie vecchissime che ora sono anche mie e che saranno il futuro di altre, in un'onda che si ripete sempre uguale ma che si infrange una per volta. Gli spazi domestici ricreati mi riconducono alla mente la casa di mia nonna, un'idea di casa abitata dal calore del fare e del pensare di tante presenze femminili che si alternavano e si incrociavano come una fitta rete di tessuto povero.

Attraverso le sue opere Kiki Smith tenta di ricondurre la femminilità all’origine del mondo, indagando la figura femminile nei suoi contesti storici e sociali, senza dimenticare gli aspetti affettivi e sessuali. Una ricerca partita dalle sculture provocatorie degli anni '80

sino alle figure archetipe e fiabesche - leggere e poetiche - dei giorni attuali, e che si allarga all'analisi dell’ambiente naturale che circonda l’uomo, il cosmo e gli animali. Una lunga ricerca anche tecnica, che va dal bronzo alla carta, dal gesso alla porcellana, e che fa di questa artista una dei personaggi più significativi dell'arte occidentale contemporanea. Le sue opere sono tante e varie, e ogni volta che sfoglio i cataloghi di Oltreluna me ne stupisco: donne, sirene, fate, arpie, malvagi uccelli dalle teste umane, lupi, e, soprattutto, bambine (vedi L'arte e le bambine in questo sito).

Bambine che fanno emergere la sua nostalgia per l'infanzia e le fanno re-inventare favole da una prospettiva femminile.

           

           

Bambine che poi diventano le eroine prese dai miti e dalla letteratura: Lucy, Daphne, Lilith, Virgin Mary.


'A lot of my work is about living through the shame of being a female in public. There's an enormous amount of shame attached to your gender; nothing speaks to your experience in the culture. It's the internalized self/cultural hatred of feminine stuff. To me it's much more scary to be a girl in public than to talk about the digestive system. ... I've been punished more for being a girl than I've been punished for having a digestive system.'

Il suo lavoro riflette soprattutto su questo passaggio dalla bambina alla donna, dall'infanzia allo sviluppo sessuale, utilizzando il linguaggio universale delle fiabe, come Cappuccetto Rosso e Alice nel paese delle meraviglie.

         

     

Una sua grande mostra retrospettiva dal titolo Kiki Smith: Prints, Books and Things si è tenuta tra il 2003 e il 2004 al Museum of Modern Art di New York ci aveva già mostrato i suoi campi di indagine, dall'interesse per il corpo umano alla natura e all’iconografia femminile affrontati principalmente attraverso la scultura e le grafiche. Ora a Venezia abbiamo un'occasione in più per vederne lo sviluppo successivo.

29 luglio 2005