Voci di artiste


Leonor Fini

di Nadia Magnabosco

"Oh cara Leonor
mio bel gufo incantato,

dove ti posi
l'aria diventa un nido d'oro"

Elsa Morante, 15/1/1953

Due amiche, conoscendo le mie passioni, mi hanno di recente regalato un catalogo che pensavano appena uscito sull'artista francese Leonor Fini.
Purtroppo si trattava di una riedizione di un catalogo di alcuni anni fa, già inserito, insieme ad altri cinque, nell'Archivio di Documentazione di Oltreluna. La delusione mi ha portato a rivedere i lavori di questa affascinante pittrice, conosciuta anni fa quasi per caso.Mi sono infatti imbattuta in Leonor Fini girando per mercatini, attratta dall'immagine di gatti da lei dipinti su piatti di ceramica.
Solo successivamente ho conosciuto le sue opere magiche e misteriose, capace di evocarmi mondi inquietanti ma stranamente familiari, come vissuti e poi sospesi negli stati della mente.
Le sue figure femminili un po' fate e un po' streghe, senza età, sono rispecchiamenti magici delle mie diverse identità e i suoi gatti enigmatici sono parti di me che vivono l'avventura di labirinti interiori misteriosi dove i sogni si confondono con gli incubi.
Da allora l'ho cercata, affascinata dalla teatralità studiata della sua immagine stregonesca, enigmatica ed evanescente come il sorriso del gatto del Cheshire. E come un gatto lei è sfuggita a codici e classificazioni, regina di un mondo interiore mai a fondo svelato, e, come il gatto di Alice, è comparsa e poi scomparsa dagli scenari dell'arte che ne hanno lentamentesbiadito il profilo di protagonista, per la trascuratezza da sempre riservata alle donne artiste. Ricomparirà di certo, misteriosamente, perchè, si sa, le streghe non muoiono mai.

Note biografiche

Le note biografiche sottolineano il manifestarsi fin dall'infanzia di un carattere tempestoso e bizzarro, tanto che viene accostata ad Alice nel Paese delle Meraviglie per la sua fervida immaginazione, anche se talora un po' macabra.
"A dodici anni ero attratta dai morti. Andavo all'obitorio dell'ospedale di Trieste
dove c'era una sala di esposizione con morti sontuosamente vestiti e addobbati. Più tardi smisi di osservare i moriti, ma continuai sempre ad ammirare la perfezione degli scheletri."

Comincia a disegnare a nove anni manifestando un talento precoce: schizza su album e cartoni ogni genere di facce, bellissime o orrende, dipinge e fa collagesutilizzando le materie più diverse come bucce di uova, segatura, perline, grani di riso. Espone per la prima volta a 17 anni in una mostra collettiva a Trieste e organizza subito dopo la sua prima personale a Milano, dove vivrà per un periodo studiando le grandi opere del passato.
E' del tutto autodidatta. "Non ho mai frequentato le scuole d'arte. Ho imparato quardando i dipinti che mi attiravano. Prima di saper dipingere, sempre che questo si possa imparare, bisogna saper vedere".
Nel 1933 approda a Parigi dove la sua formazione e la sua sensibilità l'avvicinano ai surrealisti con cui esporrà spesso. Rifiuta però l'invito di André Breton ad aderire al movimento per restare indipendente. "Sono cresciuta in un ambiente intellettuale e ho avuto assai presto l'occasione di irritarmi sia per i pregiudizi delle avanguardie che per quelli della borghesia".
Dipinge con grande libertà, alternando stili e periodi, ma il suo interesse resta costantemente rivolto alla figura umana. "Belli o brutti sono i visi e i corpi che mi attirano". E sono soprattutto visi e corpi di donne: enormi, affusolate, nane, smisurate, sensuali, mummificate, solitarie, magiche, ambigue, sempre accompagnate da un corredo di simbologie fantastiche che raccontano la fiaba della sua vita. "Tutta la mia pittura è un'autobiografia incantatoria d'affermazione". Usa con grande raffinatezza anche i mezzi grafici illustrando i testi letterari di Sade, Poe, Racine, Shakespeare, Faulkner. "Sono sempre stata attirata dal disegno e ho continuato a disegnare nell'età in cui i bambini smettono di farlo. La passione per il disegno e quella, ancor precedente, per i gatti, non mi hanno mai lasciata. Disegno quasi sempre nel mio letto, circondata da gessi, carte, matite e gatti".
Dal 44 al 47 vive a Roma, dove forma un piccolo clan creativo, presoché esclusivo, con Elsa Morante ed Anna Magnani, dovuto anche all'amore comune per i gatti. "Gli arroganti e gli invidiosi non amano i gatti. I ribelli, gli isolati e i solitari amano i gatti".
In questo periodo compone scene e costumi per il teatro e il balletto. "Ancora piccola ho scoperto, da un giorno all'altro, che mi attiravano le maschere e i costumi. Travestirsi è un modo per cambiare dimensione, specie e spazio. Significa sentirsi giganteschi, diventare vegetali, diventare animali, sino a sentirsi invulnerabili e fuori dal tempo, ritrovarsi, oscuramente, in riti dimenticati. Travestirsi è un atto di creatività. E' una rappresentazione di sé e dei fantasmi che si portano in sé"
Si traveste anche per posare - con abiti sontuosi e ricercati - nelle numerose fotografie con cui ama raccontarsi."Quando ero bambina, detestavo farmi fotografare. Fuggivo. Mi coprivo il viso. Poco a poco ho trovato interessante avere un viso, conferma della mia esistenza. Dagli specchi sono passata alle fotografie. Ma non amo le istantanee, niente è più falso del naturale stereotipato. E' la posa che è rivelatrice, e io sono curiosa e divertita di vedere la mia molteplicità affermata da queste immagini. Mi si dice: Avresti dovuto fare l'attrice. No: solo l'inevitabile teatralità della vita mi interessa".
Muore a Parigi nel luglio 1996, ad 87 anni.

Testi sull'artista sono presenti nell'Archivio di documentazione