Voci di artiste

 

 

 

Curvando le pieghe con ostinazione

di Evelina Schatz

C’era una volta… Natale al quinto cortile. Un posto unico in una Milano spenta, dimentica e dimenticata. Lì, lungo le vecchie strade interne degli artigiani, numerosi passavano gli artisti, emozionati da tanta bellezza delle case che avevano il volto della storia dell’uomo faber, capace di essere artefice del proprio destino.

Mavi Ferrando preparava in legno un bosco incantato condiviso con molti artisti. Sculture multiple, dipinti resi rilievi, piccoli teatrini, vetrine di vite inconsuete, speciali. Tutto era una danza collettiva di oggetti di attrazione reciproca. Oggetti recitavano, scherzavano, ballavano, si prendevano in giro. L’arte sorridente e festaiola, quella dei Natali di Mavi e Donatella al Quintocortile in via Col di Lana.  Mavi era il pifferaio. Dietro allo spazio magico – un giardino incantato. Vi passavano i poeti. Fra i concerti dei vicini di casa: le oche, decine e decine di oche. Il coro irriducibile. Porca l’oca! La natura canta.
Così l’incantesimo era sempre di casa, sempre più intenso.

In questo clima da gioco, in questo spazio espositivo ospitale, maturava e diventava sempre più rigogliosa la scultura lignea di Mavi Ferrando.
Mentre la galleria Quintocortile abbandonava l’infilata delle corti, il giardino, le oche e si trasferiva da lì a poca distanza in un’altra corte, sempre più Far West metropolitano. Nel West, si sa, ci sono esploratori, artisti e figli di buona donna, i nuovi cercatori d'oro, i pellegrini e, naturalmente, gli indiani nostrani (gli storici tendono comunque a sottostimare questo fenomeno enfatizzato e ingigantito dal cinema. Noi siamo con il cinema.)

Anche qui nella nuova dimora crescerà un giardino. Gli amici impareranno la strada verso il luogo da scoprire. La città imparerà a conoscerlo.

Questa volta lo spirito di contaminazione, quello collettivo, e quello dell’ospitalità di un opera da condividere, si trasforma in una personale di Mavi Ferrando.

Instancabile, ostinata, Mavi tagliava troncava mozzava amputava falciava segava e ancora segava. Concentrata. Un vero affollamento.
Figure bizzarre ti vengono incontro, numerose. Salgono le scale, escono dai tronchi grezzi, in volo per le piazze del mondo, prendono il treno: destinazione – stazione di Corsico, scendono, cadono, in extremis si salvano, ballano il valzer e, infine, serviti allo spiedo.

Forse il legno è la chiave ideale per l’arte assoluta, risultato di miscugli di linguaggi diversi: dalla pittura sulla tavola alla scultura, dall’architettura alla scenografia, dal teatro alla musica, dal libro in carta alla recitazione e danza sul palcoscenico in legno.

Gran teatro, quello di Mavi. Quando non è, addirittura, opera buffa...
Dove ci sono anche le sedie in qualità di protagoniste. Sedie impazzite, danzanti, barocche. Ironica mimesi.

Ha così destituito del suo valore classico l’aspetto aulico della scultura, investendo di una nuova e forte capacità di rappresentazione il materiale naturale e povero, confidando sempre in ironia. La stupefacente proliferazione di forme ci riporta  ancora al concetto dell'artista faber di medievale ascendenza.

Ma è il barocco la sua cifra. 

Abbiamo scritto recentemente della poesia e possiamo ripeterlo a proposito dell’arte, così poetica, della Ferrando: “È un’arte barocca, la sua. Ecco! La piega di Leibniz e Deleuze. È barocca in tutto e per tutto, in quanto in essa tutto si piega, si dispiega e si ripiega. Il barocco curva e ricurva le pieghe, le porta all'infinito, piega su piega, piega nella piega.”