Voci di artiste

 

Una camera.

La CGIL milanese abita in un palazzo storico. Costruito nel 1932 come sede dei Sindacati
fascisti dell’Industria, conquistato alla Liberazione dalla brigata Garibaldi, l’edificio di corso di Porta Vittoria diventa sede della Camera del Lavoro di Milano e viene successivamente
restaurato nel 1948.

Una Camera, un luogo cioè dove persone che, riconoscendo comuniinteressi, si riuniscono
per confrontare opinioni, ricercare mediazioni e per assumere decisioni che riguardano tutti.
Un luogo di difesa e sviluppo dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici idealmente collegato
ad altri edifici le cui funzioni sono importanti per la vita della città: da un lato palazzo Isimbardi
e la Prefettura, dall’altro il tribunale, l’università Statale, il Duomo, palazzo Marino, il teatro
alla Scala sinoall’Accademia di Brera.

Nella nostra Camera del lavoro si intrecciano diversi percorsi. Artiste e artisti hanno visitato
a più riprese la nostra sede osservando, ascoltando, domandando, riprendendo. I loro occhi attenti hanno individuato sensazioni, realtà e pensieri differenti esplicitati nelle opere esposte
nella mostra che ospitiamo in questo maggio 2009.

È stato molto sentito il tema dei diritti: il diritto alla vita e ad un lavoro qualificato e sicuro,
il diritto alla libertà di espressione e di manifestazione, il diritto all’educazione e alla cultura
hanno costituito spunto di lavoro.
Così come hanno costituito elemento di approfondimento la rappresentazione di un’umanità
ricca, espressione della realtà delle compagne e dei compagni che qui, con differenti
competenze, in un intreccio continuo di professionalità tecnico – politiche,  lavorano.

E i mattoni rossi, i mobili antichi, i simboli storici ( l’incudine e il martello delle inferriate
delle finestre, le antiche bandiere, le tessere e i giornali delle diverse categorie), il desiderio
di segnare gli spazi di lavoro con piccoli grandi pezzetti di sé per umanizzare spazi altrimenti
a rischio di spersonalizzazione (le piante che dicono della presenza femminile, le foto e i
disegni che raccontano gli affetti, i manifesti di iniziative culturali e politiche), gli stessi
movimenti delle persone e le montagne di carta che con noi abitano questa nostra sede.
Tutto è stato attentamente indagato con rigore e con affetto, con ironia e con curiosità.

Questo luogo, noi che qui lavoriamo e le donne e gli uomini che, fuori di qui, fondano la loro speranza nel futuro nell’essere, noi e loro insieme, sindacato, possiamo rispecchiarci nelle
opere delle artiste e degli artisti che con noi e per noi hanno lavorato.

Un rapporto fecondo tra cultura e politica sindacale che continua nel tempo e che vede
oggi, accanto alle opere storiche, patrimonio della Camera del lavoro, quelle di altre
generazioni artistiche.

Un ringraziamento a tutte e a tutti accompagnato dalla speranza, sostenuta dall’impegno,
che questo rapporto possa continuare perché, come è nella nostra storia e come abbiamo
scritto nel nostro statuto, la cultura arricchisca la vita di tutte le persone.


Onorio Rosati
Segretario generale della Camera
del Lavoro Metropolitana di Milano

 

Arte da camera.

Ho sempre trovato curioso che la sede del maggior sindacato milanese fosse chiamata
Camera del Lavoro. So che si tratta di una definizione d’altri tempi, di anni in cui i termini possedevano sfumature di senso che oggi ci sfuggono, ma continuo a trovare bizzarro l’uso istituzionale della parola “camera”, peraltro utilizzata anche per designare uno dei due rami
del parlamento. In questo termine c’è infatti qualcosa di domestico, di familiare, di intimo che proprio non si adatta né alla Camera dei Deputati, né a quella del Lavoro. In particolare quest’ultima, per la sua struttura corpulenta e solenne, possiede il fascino metafisico che è
tipico dell’architettura di quel periodo, ma emana soprattutto un sensodi minaccioso
anonimato, comunica un’idea di autoritarismo spersonalizzante.
Perciò una mostra all’interno dei suoi corridoi e delle sue stanze deve porsi anzitutto
l’obiettivo di “addomesticarla”, di renderla davvero la camera di una “domus”, di una
casa dalla quale non ci si senta sovrastati e in cui ci si possa sentire accolti.
L’accoglienza è una dimensione che va però costruita con molta accortezza. “Accogliente”
non deve per forza essere sinonimo di “confortante”, né venir inteso come il contrario di “inquietante”.
Il conforto forzoso, la rassicurazione obbligatoria è anch’essa parte di uno stile
autoritario e tutt’altro che “domestico”. Nell’accoglienza si può dar spazio a una sana
inquietudine, e magari persino suscitarla allo scopo di arricchire, di stimolare chi è
accolto.
Perciò le opere che grazie alla mostra arredano temporaneamente la Camera si
pongono e porgono molte domande sul Lavoro, ne discutono le modalità di svolgimento,
ne sottolineano i versanti più critici o gli aspetti più trascurati. Questa ”arte da camera”
si presenta quindi come un genere ambivalente, che accoglie e allo stesso tempo interpella,
e che prende forma attraverso la descrizione del senso di precarietà effettuata da Giuliana
Bellini, la rievocazione (con monito!) del lavoro nei campi proposta da Giannetto Bravi,
l’elogio della fluidità e della processualità (intese come antidoti alla staticità relazionale e
sociale) di Giulio Calegari, la conturbante coreografia inventata da Albino De Francesco
con la sua “danza del lavoratore atipico”, l’elegia del “nostro pane quotidiano” inteso
come “giusta mercede” del lavoro proposta da Pino Deodato, la riflessione sul rapporto
tra il mondo dell’arte e quello del sindacato condotta da Fernanda Fedi, la commistione tra memoria collettiva, autobiografia e interattività presente nell’opera di Anna Rosa Faina
Gavazzi, la denuncia del lavoro “senza protezione” effettuata da Gretel Fehr, la
rivendicazione del diritto a protestare contro l’ingiustizia formulata da Mavi Ferrando,
la rivisitazione proposta da Anna Finetti di un classico della pittura a sfondo sociale
come “Il quarto stato” di Pellizza da Volpedo, la rivendicazione di Gianni Gangai a poter
svolgere il proprio lavoro di artista senza assurde censure, la desolante rappresentazione
di una fabbrica dismessa dipinta da Ornella Garbin, la ricostruzione del campo semantico
della parola “sindacato” effettuata da Gino Gini, l’invito a imparare a leggere la complessità
di Pino Ielo, l’enigmatica elaborazione fotografica di Luce Laval, l’abito conturbante e
quello “edificante” confezionati rispettivamente da Nadia Magnabosco e Marilde Magni, il bizzarro video fantascientifico-relazionale di Emanuele Magri, il raffinato reportage sugli
“addetti ai lavori” della Camera del Lavoro realizzato da Monica Mazzoleni, le “mani di
donne che (lavorando) raccontano” di Antonella Prota Giurleo, la metafora scultorea del
dialogo tra le parti sociali plasmata da Luca Rendina, la documentazione di un persistente
interesse nei confronti di un mural significativo nel DVD di Giovanni Rubino, il ritratto (basato
su di un’anomala fisiognomica) della Camera del Lavoro effigiato da Antonio Sormani, il
dettaglio emblematico di vita sindacale catturato da Fausta Squatriti, l’omaggio di Tufano all’articolo meno rispettato della Costituzione italiana (il n. 3), l’abbraccio simbolico ai
lavoratori stranieri scolpito da Armanda Verdirame, l’affresco corale del lavoro femminile
dipinto da Maria Grazia Zanmarchi.

Roberto Borghi
Critico

 


Un quadrato rosso, una scritta nera.

Mi piace immaginare che il logo della CGIL abbia la sua origine nel simbolico ancestrale,
quel simbolico del quale magari non conosciamo più il significato ma che sta nella mente
e nel cuore di ciascuna persona. Il quadrato, il più antico simbolo della madre terra;
il rosso, uno dei tre colori che contraddistinguevano la prima trinità conosciuta, di sesso
femminile. Il nero simboleggiava la nascita ( la provenienza dal buio del grembo materno),
il rosso la vita (il sangue che scorre nelle vene) e il bianco la morte ( le ossa).
È con e per questo sindacato, unica casa unitaria della sinistra italiana, che,
come artiste ed artisti, differenti per origini e pensiero, abbiamo operato con interesse
e serietà.
In alcuni casi abbiamo lavorato individualmente a partire dal sapere e dall’esperienza
di ciascuno, in altri confrontandoci con il luogo sede della CGIL milanese, la Camera del
Lavoro, e con le persone che qui operano.
È stato curioso questo girare per gli uffici e gli spazi comuni, alla scoperta di sentimenti
e di idealità, in un intreccio continuo tra passato e presente, incontrando disponibilità e
attenzione.
Soffermarsi, negli uffici dove donne e uomini lavorano, davanti alle opere di Sironi,
Cavaliere, Bonalumi, Equipo Cronica, Staccioli, Guttuso sino alle più recenti di Mattioli e
Xerra ha inoltre dato il senso di una continuità di attenzione per l’arte e la cultura che ha piacevolmente sorpreso.
Non è semplice confrontarsi con temi quali il sindacato e il lavoro; si corre il rischio,
di fermarsi alla superficialità, di scivolare nella banalità dimenticando il senso critico.
Le opere in mostra dicono di professionalità, di approfondimento, di attenzione al sociale
e di ricerca intellettuale e artistica. Dicono anche di un incontro nel quale ciascuna e ciascuno
ha, modernamente, offerto il suo contributo per uno scambio, un’offerta di dialogo che vede, accanto al linguaggio parlato e scritto (quanta carta dappertutto!), l’utilizzo dei linguaggi visivi.
Fili di dialogo e di relazioni, svolti e intrecciati da altre e da altri già tanto tempo fa, ripresi e reintrecciati oggi, in una rete articolata e vasta alla quale ciascuna e ciascuno possa
trovare appiglio per annodare e dipanare il proprio filo, in un rapporto collettivo dove
natura e cultura si incontrino per fare del mondo “una casa bella per abitare”. (*)
Obiettivo forse troppo alto se si considerano in modo separato arte, vita e politica, ma
che appare utopia possibile e realizzabile se si riescono a tenere insieme i diversi elementi.

Antonella Prota Giurleo
artista e curatrice

(*) Gabriella Lazzerini


Albino De Francesco, Danza del lavoratore atipico
Acrilici su cartone.
5 pezzi di cm 22 x 28 ciascuno.

Albino De Francesco dipinge su cinque supporti di cartone i diversi movimenti della
Danza del lavoratore atipico. Un'interpretazione ironica del tentativo di adattarsi
alle diverse situazioni cercando di prodursi il minor danno possibile.



Giovanni Tufano, La Costituzione italiana. Le morti bianche
Video performance

Giovanni Tufano realizza una performance ispirandosi alla Costituzione italiana, all'articolo 3 in particolare che, proiettato su schermo, fa da sfondo agli interventi
di una decina tra lavoratrici e lavoratori che leggono frasi tratte dalla Costituzione
e dai contratti di lavoro, con un'attenzione particolare al tema degli omicidi bianchi.



nadia_magnabosco
Nadia Magnabosco, Quale futuro per i bambini?
stampa su tarlatana e filo tessile
cm 90 x 50 x 30 circa

Nadia Magnabosco ha ritagliato dai giornali degli ultimi mesi articoli relativi a
fatti di cronaca in cui sono state coinvolte bambine e li ha stampati su tarlatana
bianca, cucendoli insieme a formare un abito. Un abito che, pur essendo infantile,
assume un aspetto di minaccia rispetto al futuro delle giovani le quali dovranno
fare i conti con la violenza e la povertà, affrontando i rischi del disagio,
dell'abbandono scolastico, del lavoro minorile e dello sfruttamento sessuale.



Pino Deodato, Il nostro pane quotidiano
Ceramica policroma
cm 15 x 20 x 25

Pino Deodato interpreta in ceramica,con la sua consueta poesia, il senso del diritto al lavoro, diritto che permette il diritto al cibo e alla cultura. Libro e pane quali beni
comuni da consumare per vedere oltre il presente, mentre dal pane raffermo nascono piccole farfalle.


Giovanni Rubino, Trent’anni dopo
dvd durata circa 5 minuti

Giovanni Rubino nel video Trent'anni dopo dà conto di un'esperienza realizzata all'Alfa Romeo di Arese. Trent'anni fa con la collaborazione degli studenti e delle studentesse
del Liceo Artistico 25 Aprile e con il docente Roberto Sommariva, lo stesso artista realizzava un mural che è attualmente ancora visibile.

 


Giulio Calegari, Lavoro… fluttuante
Performance: scrittura e segno, voce, proiezione con lavagna luminosa.

Giulio Calegari presenta una performance: alcune donne leggono frammenti di frasi
sul lavoro. Durante la lettura appunti rapidi vengono trascritti su fogli di acetato e
gettati in una vaschetta d'acqua collocata sul piano di una lavagna luminosa. I messaggi "fluttuanti", proiettati su schermo, vengono rimandati al pubblico attraverso il canto.

 


Anna Rosa Faina Gavazzi, senza titolo - rosa al veleno
fotografia
cm 70 x 48

Anna Rosa Faina gavazzi ha "ispezionato" la Camera del lavoro osservando,
interloquendo con sindacaliste e sindacalisti, fotografando. Simboli e immagini,
opere d'arte e foto che rimandano al passato e al presente dell'artista e del sindacato
si compongono nell'opera che ha titolo senza titolo - rosa al veleno. Sotto all'opera un quaderno: ciascuna, ciascuno può scrivere un'osservazione, un pensiero. Nascerà
un'altra opera?


Luce Laval
artista in residenza presso il Museo del Metaverso di Roxelo Babenco
Lavoro e Dignità

Luce Laval , un'artista in residenza presso il Museo del Metaverso di Roxelo
Babenco, in Dignità deformata dà conto di un' installazione digitale che non c'è più.
L'opera interamente realizzata in Second Life dall'artista digitale, intende evocare la dignità del lavoro violata e, mediante la ri-mediazione del "Quarto Stato" di
Giuseppe Pelizza da Volpedo, suggerire una riflessione sulle nuove povertà e
sul diritto al lavoro sempre più vilipeso.

 


Antonio Sormani, La casa rossa
Olio su tela
cm 80 x 80

Antonio Sormani partendo dall'idea di un paesaggio urbano, ha diviso lo spazio
in quattro quadrati e dipinto una casa rossa. Ne è nato un lavoro evocativo dell'architettura della camera del lavoro e dello spirito che la abita.


Anna Finetti, Together
foto b/n
cm 30 x 45

Anna Finetti in Together fa del suo corpo una casa accogliente e quasi
schermo del Quarto Stato. L'opera di G.P. da Volpedo costituisce per
l'artista, ma non solo, un' icona rispetto alla lotta dei lavoratori contro
ogni forma di soprusi.

 


Pino Jelo, Infinite relazioni
olio su tela
cm. 100 x 120

Pino Jelo in Infinite relazioni, dipinto a olio su tela, porta avanti la sua ricerca
sulla qualità, valore base per uscire dalla crisi. Qualità che, a differenza della
quantità ( concetto sul quale si è basato lo "sviluppo" degli ultimi anni) , essendo
tensione verso le cose fatte bene, va recuperata in arte come in qualsiasi altro
settore della società.


Giannetto Bravi, Quadreria d’Arte: Lavoro! Che sudore!
5 riquadri, 24 cartoline su masonite
cm 73 x 78

Giannetto Bravi riprende, in cinque riquadri sui quali incolla ventiquattro
cartoline accostate, il lavoro dei campi. Le cartoline - riproduzioni delle
opere di differenti artisti esplicitano l'idea dell'artista, la fatica del lavoro
che la CGIL, oggi come ieri, ha l'onere di rendere meno faticoso.

 


Fernanda Fedi, Artisti nella crisi, scritture...
Pittura su tela con carte diverse, acetati,collage
cm 100 x 150

Fernanda Fedi realizza un collage di immagini che unisce tramite la pittura:
documenti diversi, che dicono del ruolo di artiste ed artisti all'interno del sindacato.
Il n. 0 del periodico ARTI VISIVE periodico della Federazione nazionale lavoratori
arti visive CGIL sembra chiedere, a tutt'oggi, quale rapporto sia possibile tra il
lavoro normalmente inteso e quello artistico.

 

mavi_ferrando
Mavi Ferrando, Protesta
legno
cm 95 x 110 x8

Mavi Ferrando nella sua opera Protesta si rifà a proprie esperienze professionali nell'ambito metalmeccanico e ai momenti di aggregazione e di lotta su contenuti
collettivi. Figure femminili nude, forti, potenti, avanzano sul fondo di un bancale.
Una rappresentazione di speranza di affermazione di diritti troppo spesso negati.




Monica Mazzoleni, sequenza#0
Camera del Lavoro DVD PAL,
stampa digitale cm 100 x 15

Monica Mazzoleni si è posta come indagatrice seria e attenta rispetto al palazzo
della Camera del lavoro e alle persone che qui operano. Dentro questo palazzo
cosa succede? come è dentro? L'artista guarda, domanda. Gli spazi raccontano.
Le voci dicono.


Antonella Prota Giurleo, Mani dicenti. Mani di donne raccontano
dvd

Antonella Prota Giurleo presenta il dvd Mani dicenti. Mani di donne fotografate
in diversi momenti di attività, raccolte sia nella realtà quotidiana che nella
rappresentazione artistica raccontano dei saperi femminili, dell'attenzione
per la natura, per sé, per le altre persone, per le proprie attività.



Maria Grazia Zanmarchi, Pensiero come un abbraccio
tela dipinta a olio, stoffa e maglia di recupero, colla, gesso
cm 50 x 60

Maria Grazia Zanmarchi parte da una scatola colma di abiti da lavoro, tute,
cappellini, grembiuli usati e lisi, puliti e piegati con cura, e dalle sensazioni
tattili ed emotive provate toccando questi indumenti che portano, sui colletti,
il nome della persona che li ha indossati o il luogo di lavoro. Sulla base di una
vecchia tela dipinta a olio ha posizionato i diversi elementi fissando poi tutto
con il gesso bianco.


Ornella Garbin, Fabbrica dismessa
pittura e collage su masonite
cm 50 x 60

Ornella Garbin espone un'opera che rientra in un suo progetto di mostra da
realizzare all'interno di una fabbrica dismessa; fotografie ed elaborazioni a
computer si accompagnano a collage e pittura e all'utilizzo di materiali di
recupero provenienti da un'altra fabbrica di Cologno Monzese.

 


Gianni Gangai, Polittico (particolare)
Fotomontaggio, fotografie b/n, documenti
Dimensioni variabili

Gianni Gangai realizza un'installazione che riprende un lavoro del 2007, censurato
perchè considerato " non idoneo" alla visione pubblica all'interno di una sede
universitaria. Il Polittico che presenta oggi è composto in forma documentativa
dalle immagini dell'esperienza precedente e dal testo di una lettera mai recapitata
che ne riporta motivazioni e valutazioni.

 


Fausta Squatriti, Il lavoro delle carte 2009
foto digitale ritoccata a mano, pastelli, collage su Fabriano, su alluminio
dittico cm 74 x 50

Fausta Squatriti in Fior di lavoro indaga gli spazi della Camera del lavoro,spazi che
dicono delle persone che li abitano. L'artista fotografa l'interno di un vecchio armadio, salvatosi dal rinnovo degli arredi, con il suo contenuto, rigonfio di cartelle colorate,
del cui ordine la sola a capirci, probabilmente, è Franca Bozzetti. E quelle cartelle parlano all'artista del destino di leggi, di norme, e di lavoratori e lavoratrici, il cui tracciato sta scritto in quei fogli, sopravissuti alla tecnologia del computer che tutto pulisce.



Giuliana Bellini, precarietà (particolare)
cotone, vernice, alluminio
cm 300 x 200

Giuliana Bellini affronta il tema del lavoro precario: una condizione che crea una lacerazione profonda e che, rendendo le persone vittime di soprusi e ingiustizie,
costringe al pensiero fisso del presente, dell'oggi, perché è impedita la progettazione
del futuro. Tre metri per due di tela dipinta a sprazzi, lacerata, praticamente distrutta, rendono il senso della precarietà.

 


Luca Rendina, non è poi così lontano
ferro e pietra
cm 270 x 30 x40

Luca Rendina realizza in pietra e ferro Non è poi cosi lontano, opera pensata
come un possibile dialogo tra le parti sociali. Da una parte i lavoratori e il
sindacato che dà voce alle loro istanze e dall'altra i poteri forti. Valigie in pietra su
una base di ferro, pesanti da sollevare ma con le maniglie che cercano di agevolare il complicato dialogo.

 


Gretel Fehr, HELP
tecnica: plexiglas a specchio
10 pezzi cm 7 x 15 cad. - 1 pezzo cm 12 x 27

Gretel Fehr rappresenta lavoratori e lavoratrici che, in caduta libera, vengono
accolti dal sindacato. In terra un drappo rosso, simbolo della CGIL. L'artista vuole
riferirsi ai lavoratori senza contratto di lavoro, che rischiano la vita senza nessuna
tutela.

 


Armanda Verdirame, L’abbraccio
terracotta chiara e nera, semi e fili di rame.
altezza cm 165

Armanda Verdirame presenta un'opera in terracotta formata da due parti di un
tutto unico; una forma esplorata da anni perchè metafora del tempo che passa.
L'artista usa materie naturali , arricchite da semi di riso e di altri cereali. Anche
il colore delle terrecotte vuole essere metafora dei nostri tempi: l'incontro di
persone di diverso colore, deve permettere l' incontro per finalità unitarie e
unificanti, arrivando all'abbraccio.


Gino Gini, Alfabeto, lettera S
Tecnica mista su tela con collage e scritture
cm 70 x 100

Gino Gini continua la sua ricerca verbo - visuale sull'alfabeto individuando la
lettera S come iniziale della parola Sindacato. Nove parole significative rispetto
alla funzione del sindacato e dei suoi obiettivi si susseguono,in ciascuna di esse
viene evidenziata una lettera, le lettere evidenziate ricompongono la parola
sindacato.

marilde_magni
Marilde Magni, Abito da lavoro
intreccio di carta dello Statuto CGIL
cm 200 x 50

Marilde Magni ha realizzato, lavorando a maglia con i ferri, un abito tessuto
ritagliando a strisce lo Statuto della CGIL. Con i fili di parole ricavati dalle
sue pagine crea, punto dopo punto, un abito-carta, una rappresentazione
simbolica delle relazioni sociali, professionali, di solidarietà che si intessono
tra le donne e gli uomini di un grande sindacato.


Emanuele Magri, ermafroditus sindacalista
video in dvd e stampa su pannello alluminio

Emanuele Magri costruisce uno dei suoi Animals flowers, risultato di innesti di organi umani in piante. Gli Animals Flowers vengono poi sottoposti ad ulteriori interventi a
vari livelli ( poetico, politico, farmacologico) per innestare testi che ripetono meccanicamente. Nel breve video presentato, il testo replica le difficoltà comunicative
del sindacato degli organismi geneticamente modificati.



 

il sindacato, il lavoro
12 maggio / 21 maggio 2009
Camera del Lavoro Metropolitana di Milano
Corso di Porta Vittoria 43, Milano


Mostra a cura di
ANTONELLA PROTA GIURLEO

Testo critico
ROBERTO BORGHI

Allestimento
GRETEL FEHR

Artiste e artisti
GIULIANA BELLINI, GIANNETTO BRAVI, GIULIO CALEGARI, ALBINO
DE FRANCESCO, PINO DEODATO, ANNA ROSA FAINA GAVAZZI,
FERNANDA FEDI, GRETEL FEHR, MAVI FERRANDO, ANNA FINETTI,
GIANNI GANGAI, ORNELLA GARBIN, GINO GINI, PINO JELO, LUCE LAVAL, NADIA MAGNABOSCO, MARILDE MAGNI, EMANUELE
MAGRI, MONICA MAZZOLENI, ANTONELLA PROTA GIURLEO,
LUCA RENDINA, GIOVANNI RUBINO, ANTONIO SORMANI,
FAUSTA SQUATRITI, GIOVANNI TUFANO, ARMANDA VERDIRAME,
MARIA GRAZIA ZANMARCHI

Grafica
MIRKO BOZZATO
www.mirkobozzato.it

Stampa
TIPOGRAFICA LUIGI MONTI srl
Via Don Vittorio Volpi 59 Saronno
Nessuna pagina di questo catalogo può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo elettronico, meccanico o altro senza l’autorizzazione scritta dei proprietari dei diritti.
È consentita la riproduzione parziale per fini non di lucro e/o didattici.
Finito di stampare nell’aprile 2009
in mille copie presso Tipografica
Luigi Monti srl Saronno

Le artiste e gli artisti ringraziano per la collaborazione:
Alfredo Costa, Angela Gandolfi, Angioletta la Monica, Anna Milani, Antonella Schieppati, Antonietta Aucello, Attilio Paparazzo, Barbara Uboldi, Brunella Zucchetti, Carmela Vicari, Claudio Bettoni, Daniela Re, Edda Capasso, Fabio Amodio, Federica Cattaneo, Franca Bozzetti, Franca De Toffoli, Giampaolo Vigolo, Giorgia Sanguinetti, Giovanna Tedesco, Giuliana Schieverini, Gloriana Grossi, Graziano Gorla, Graziella Carneri, Iole Contino, Ketty Carraffa, Laura Ferrante, Lella Bellina, Licia Roselli, Loredana Siverio, Luisa Teruzzi, Maria Carla Rossi, Mariateresa Magenes, Mario Esposti, Marzia Oggiano, Mirella Beneggi, Nerina Benuzzi, Onorio Rosati, Paola Bentivegna, Patrizia Falcomatà, Pietro Binda, Renata Telò, Renato Morelli, Roberto
Cipolla, Saba Habetmicael, Simona Bellini, Tiziana Scalco. Cooperativa Occhi Aperti di Napoli e donne del quartiere di Scampia, Renuka Kesaramadu e Facoltà architettura di Tumkur, Lanfredo Castelletti e Pinacoteca Civica di Como, Villa Carlotta a Tremezzo, Mariarosa Pividoridirettrice della galleria 10.2! di Milano


I testi descrittivi delle opere sono stati elaborati da Antonella Prota Giurleo sulla base delle indicazioni date dalle artiste e dagli artisti.

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"Il Sindacato - Il Lavoro"- Una mostra per partecipare.
di Anna Aurenghi

Martedì 12 maggio, mattino.
La vita e il traffico scorrono come sempre rombando, qui, in corso di Porta Vittoria a Milano.
La grande Casa rossa, architettura asciutta e autoritaria, quella del ventennio fascista, sovrasta la breve gradinata e il piazzale largo, che può accogliere tante persone. I mattoni rossi e le inferriate alle finestre con l'incudine e il martello parlano di storia, una storia fatta di ideali e battaglie.
E' la Camera del Lavoro, dove stasera si inaugura la mostra "Il Sindacato, il Lavoro", un tema complesso, ma importante ed evocatore di libertà e di diritti.
Libertà di espressione, di manifestazione. Diritto al lavoro e di svolgerlo in piena sicurezza. Diritto all'educazione, alla cultura, come recita l'articolo 2 dello Statuto
della CGL, che qui ha la sua sede -La cultura arricchisca la vita di tutte le persone…-
Ma ora è mattino, la gente entra ed esce dalla casa e attraversa il piazzale, come ogni giorno. L'atmosfera non è ancora quella delle grandi occasioni. Solo i manifesti,
appena fuori dal grande portale avvertono dell'imminenza.
Dentro, pulizia e attività, come sempre…informazioni richieste e date, competenza tecnico-politica al servizio di chi la richiede, negli uffici. Lavoro al servizio del
lavoro.
Non a caso questo luogo deputato alla riunione nel confronto di opinioni, alla mediazione, alle decisioni che riguardano tutti coloro che si riconoscono interessi e ideali comuni, si chiama Camera. Un termine che può suggerire autorità, anonimato.
Ma qui, dove le stesse persone che ci lavorano hanno segnato i loro spazi personalizzandoli con piccole grandi testimonianze delle loro vite, si respira anche grande disponibilità e interesse alla cultura.
Oggi c'è qualcosa in più che attrae lo sguardo di chi attraversa questo luogo, sin dal piano terra, salendo lungo la scalinata e al primo piano, nei corridoi e poi giù ancora
al pianterreno e un piano sotto, all'ingresso della grande sala conferenze.
Presenze nuove che catturano l'attenzione e invitano ad avvicinarsi per capire meglio.
Sono le opere che le artiste e gli artisti hanno creato appositamente per la mostra all'interno della Casa.
In 27, con una leggera preponderanza femminile, hanno messo a disposizione il loro sapere artistico con il preciso intento di fonderlo -sì questa è l'espressione che viene
in mente camminandoci in mezzo- con l'ambiente circostante.
Quadri, installazioni, performances, fotografie e riprese video, tutto emozionante e coinvolgente…un risultato di grande contenuto artistico e umano. Chiari riferimenti alla personale esperienza degli artisti, ma anche profonda osservazione, indagine, ascolto. Per giorni artiste e artisti si sono confrontati con l'ambiente del sindacato, hanno condiviso parte del vissuto di donne e uomini che qui lavorano.
E' questo il significato del particolare allestimento della mostra: l'invito a percorrere
gli ambienti della Casa seguendo un filo conduttore che rimandi di continuo alla
realtà di ogni giorno.
Ecco, questa è l'aria che si respira da oggi e per nove giorni -fino al 21 maggio-
alla Camera del Lavoro, a Milano. Un'esperienza che è auspicabile anche nel
futuro…
Intanto, vale proprio la pena di partecipare!

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L'Arte, il lavoro e il sindacato, una sinergia possibile
di Cinzia Brofferio

Dodici-ventuno maggio, arredare temporaneamente la Camera del Lavoro di Milano, parlare diversamente di lavoro, di storie individuali e soggettive, di esperienze collettive di oggi, di ieri e di domani. E' per questo che una trentina di artisti si sono dati appuntamento per un paio di settimane a Milano, nella sede della Cgil di Porta Vittoria, allestendo un percorso espositivo che si snodasse all'esterno e all'interno dei locali e degli uffici, lungo i corridoi, nello spazio della tromba delle scale e dei pianerottoli .
Un modo inconsueto di affrontare le questioni sindacali e sociali ma non una vera novità per la CGIL che spesso concede i propri spazi per ospitare eventi culturali ed artistici.
Curatrice della mostra Antonella Prota Giurleo, artista, fotografa, insegnante, con la collaborazione, per l'allestimento, di Gretel Fehr, a sua volta autrice di una delle opere esposte, Help, un quadro che molti hanno letto come denuncia alle morti bianche sul lavoro.

Terminata la mostra, tolti gli allestimenti, si è voluta fare una riflessione a voce alta di questo evento, (interrogando chi la Camera del Lavoro la "abita" abitualmente per lavoro, raccogliendo impressioni e osservazioni).
Per molti giorni, infatti, entrando e uscendo dall'edificio, spostandosi di piano e di ufficio, non si poteva non venire attirati dalle fotografie, dai quadri, dagli oggetti disposti ai piani e dai loro piccoli cartellini bianchi esplicativi. Molti, certo, sono passati accanto a quello che veniva loro offerto, frettolosamente, in modo distratto, senza porsi domande; altri però hanno avuto il tempo e la voglia di soffermarsi ora su uno, ora sull'altro, di visitare con uno sguardo diverso quegli spazi che tutti i giorni li vedono occupati nelle attività di tutela e di difesa dei diritti e del lavoro di lavoratrici e lavoratori.

Qualcuno si è limitato a guardare, altri hanno azzardato un commento, una riflessione.

Per esigenza di sintesi e di spazio non ci è parso opportuno elencare tutte le testimonianze raccolte, possiamo però selezionarne alcune e riproporre le altre a grandi linee.

Lo stacco generazionale interpretativo è parso evidente. Si tratta delle due anime del sindacato, quello di ieri e quello di oggi, con tutte le sfaccettature intermedie che ciascuno di noi può intuitivamente ravvisarvi.
I più anziani hanno rivisto in questa operazione culturale un richiamo agli insegnamenti di Di Vittorio e allo Statuto della Cgil, laddove si sostiene che la cultura arricchisce la vita di tutte le persone.
I più giovani hanno letto la mostra come un tentativo di rinnovamento, un modo di sperimentare nuovi linguaggi e nuove modalità di comunicazione per "fare sindacato", per mettersi in relazione con nuove forme di espressione, per "aprirsi alla città" e ai suoi lavoratori utilizzando anche il messaggio artistico. Un linguaggio che non disdegna anche le video istallazioni, i cortometraggi o le performance recitate.

"Da sempre, nella nostra Camera del Lavoro si intrecciano diversi percorsi, quello delle tutele e dei diritti, quello dell'analisi, del confronto, del dibattito sulle questioni del lavoro e del benessere sociale. Accogliere una mostra tutta incentrata sulle questioni del lavoro è un modo per dare voce a questo gruppo di artisti a noi vicini", afferma Onorio Rosati, Segretario generale della Camera del lavoro di Milano, "Possiamo rispecchiarci nelle opere delle artiste e degli artisti che con noi e per noi hanno lavorato. Il caso ha voluto che davanti al mio ufficio venisse esposta Precarietà di Giuliana Bellini, devo ammettere che non ho potuto fare a meno di leggerlo come un monito che mi invitava a riflettere sulla mia stessa precarietà".

"Non so se tutti hanno colto il significato del perché abbiamo voluto ospitare una mostra proprio qui, adattandola a spazi che non sono propriamente espositivi, ma la storia della Cgil di Milano ne esce arricchita grazie anche a una donazione che resterà stabilmente in Camera del Lavoro : l' Abito da lavoro di Marilde Magni, realizzato intrecciando ai ferri lo Statuto della CGIL ridotto a striscioline di carta" ha detto Nerina Benuzzi a chi ha partecipato al finissage.
"Mettere in relazione artisti e lavoro, trasmettere emozioni, leggere attraverso nuovi linguaggi le problematiche a noi note perché legate al mondo del lavoro, credo che sia sostanzialmente un'esperienza arricchente" ha spiegato. Numerose le opere da lei segnalate come particolarmente suggestive anche se, per sua stessa ammissione, si sente vittima di quella impreparazione scolastica che porta ad avvicinarsi all'arte catalogandola secondo gli schemi antichi della pittura: la pittura sacra, i soggetti storici, il ritratto, il paesaggio, la natura morta, ecc. "Inevitabile poi che si faccia fatica ad elaborarne una lettura personale ed emozionale. Tuttavia le emozioni scorrono e prendono vie impensate " - racconta - "ho ospitato fuori dalla porta del mio ufficio Non è poi così lontano di Luca Rendina, una scultura di ferro e pietra. L'incontro continuo con questa opera mi ha fatto tornare in mente un mio antico progetto, quello di rappresentarmi come un masso di fiume che andava ad assottigliarsi via via con materiali sempre più leggeri fino a trasformarsi in una piuma: un desiderio di evasione e di leggerezza che avrei voluto realizzare manualmente per esorcizzare un periodo della mia vita di donna e a cui non ho mai dato seguito non avendone, purtroppo, le capacità artistiche".

"Non nascondo un certo stato di benessere nel vedere rotto il grigiore delle pareti della Camera del Lavoro e quell'ordine statico che solitamente caratterizza i piani" racconta Antonio Lareno, che ha riscoperto per caso, tra le artiste, una sua vecchia conoscenza sindacale. Per lui la mostra è servita dunque anche per ritrovare una persona che aveva perso di vista.

"Alcune opere mi hanno trasmesso un forte senso di precarietà e di incertezza", dichiara Tiziana Scalco, " Così come precario e incerto è il mondo del lavoro per molte persone. Devo ammettere però che sono rimasta più colpita da quella parte di opere che avevano a che fare con il vissuto femminile. In particolare Quale futuro per i bambini di Nadia Magnabosco, rappresentato da un delicato abitino sospeso a mezz'aria, realizzato invece che con un tessuto a fiorellini come vuole la tradizione, con ritagli di giornale che riproducevano articoli di cronaca nera di violenza sulle donne e sulle bambine. Impossibile restare impassibili passandoci accanto. La scelta di tenerlo appeso ad una gruccia, ha rafforzato in me che lo osservavo, una sensazione di impotenza, di sgomento: l'idea di qualcosa di fragile come una bambina piccola, così sospesa, sola, indifesa di fronte alla brutalità della vita…quasi senza speranza, senza futuro perché senza appoggio…il vuoto della tromba delle scale ad evocare il baratro nel quale avrebbe potuto precipitare…".

"Lo ammetto, sono totalmente sprovvista di senso artistico", le fa eco Simona Bellini, "Ritengo l'abitino per bambina con gli articoli sulla violenza alle donne come l'opera che simboleggia in modo esplicito alcuni aspetti del lavoro nell'esistenza femminile, un lavoro di cura, di accudimento, di amore. Ma significa anche la fatica del parto, il travaglio per l'appunto. A cui associo la fatica di crescere i figli, di educarli, di vederli soffrire per le violenze… un misto di fatica e amore che permea la vita di molte donne, così come un gesto di amore viene racchiuso nel confezionare un abitino ad una bambina… un amore che può essere distrutto, umiliato e offeso da un brutto episodio di cronaca nera… Sono tanti, troppi, gli episodi di violenza".

"Sono istintivamente scettico di fronte alle novità e molte di queste opere mi sono sembrate inizialmente di difficile lettura. Mi inquietavano, per esempio, i due lavori fluttuanti all'interno della tromba delle scale. Altri invece erano più chiari, più espliciti, più attinenti alle questioni del lavoro, come la rivisitazione del Quarto Stato che fa Anna Finetti in Toghether", spiega Gian Paolo Vigolo, " utilizzando la silhouette di una donna, ritratta da dietro, le cui spalle sono bucate dall'immagine del quadro di Pellizza da Volpedo, quasi a sottolineare il ruolo che hanno le donne nel supportare le lotte sindacali. Oppure La casa rossa di Antonio Sormani, che lavorando di astrazioni ed eliminando i dettagli, ha rappresentato un edificio rosso nel quale io ho rivisto la Camera del Lavoro di Milano".

"E' difficile descrivere le emozioni che si provano quando si visita una mostra d'arte moderna", aggiunge Francesco Elia," soprattutto se, come nel nostro caso, questa è collocata in un luogo insolito per l'arte. La difficoltà credo che nasca anche dall'incapacità di capire il messaggio che gli artisti vogliono trasmettere. Fra tanti citerei La Costituzione Italiana fatta finire in pattumiera. Credo che la metafora sia particolarmente incisiva, nel descrivere quale sia la considerazione che ha, parte della nostra classe politica, della Costituzione. A me è piaciuta però molto la Quadreria d'Arte: Lavoro! Che sudore! di Giannetto Bravi. Mi è sembrato un ottimo messaggio: un mix di immagini che danno il senso della fatica del lavoro, abbinandole tra loro in modo esteticamente gradevole, quasi per comunicare che il lavoro non è solo fatica, ma è anche un luogo dove è possibile trovare una propria realizzazione".

Esulta Grazia Fortuzzi che si dice entusiasta dell'iniziativa: "Ci sono testimonianze molto futuriste in questa raccolta", alcune decisamente di pregio. " Finalmente le nuove problematiche legate al mondo del lavoro moderno vengo rappresentate dall'arte che non è più sorda ai problemi della precarietà, della morte sul lavoro, della crisi della produzione, della crisi del sindacato, delle questioni di genere. Finalmente una scelta coraggiosa e nuova sul lavoro e il senso del lavoro nella società moderna".

Più pacata Patrizia Falcomatà: "Il mio gusto è rivolto soprattutto alle forme "disegnate", una rappresentazione a quadro mi suscita più emozioni, mi fa immaginare cosa potesse pensare l'artista nel rappresentare quello che poi io vedo. Mi piacciono molto i quadri che sono stati appesi nell' atrio del Di Vittorio, forse perché il mio gusto artistico è un compromesso fra estetica e funzionalità…faccio decisamente più fatica a capire le opere tridimensionali, le sculture, la sequenza delle fotografie o i cortometraggi, anche se il concetto che esse vogliono esprimere non mi è indifferente".

Le mani (Mani dicenti, Mani di donne raccontano, di Antonella Prota Giurleo) sono state il motore per la lettura della mostra per Fabio Amodio che ha definito l'iniziativa un' operazione molto affascinante: "Quante cose si possono fare con le mani? E in che modo? Domande che mi sono venute spontanee, che corrono sul crinale del bene e del male e che restituiscono pensiero a ogni giornata di qualsiasi lavoratrice e lavoratore…Il lavoro come fonte di gioia e di realizzazione, come origine di inquietudine e insicurezza…è su questo che mi sono soffermato a riflettere. E' una mostra che colpisce. Colpisce l'occhio, ma soprattutto colpisce la mente" -spiega- "In ogni lavoro esposto c'è infatti il lavoro, la riflessione, la presa di coscienza, la molteplicità, la dignità del lavoratore. Tutte opere molto diverse tra loro, come diversi sono gli ambiti del lavoro. Raggruppate insieme fanno emergere riflessioni sui tumulti di una società sempre più in movimento e sempre più precaria. Una precarietà, purtroppo, non solo in ambito lavorativo".

Chi scrive ha seguito il percorso espositivo partendo, per caso, dalle fotografie, il giorno dopo l'inaugurazione. La sequenza delle mani aveva attirato la mia curiosità: erano state collocate vicino o direttamente sopra le porte, oppure in sequenza ravvicinata tra una porta e l'altra, quasi a voler accompagnare "per mano" chi le osservava. Vi ho intravisto una sorta di reportage sul lavoro e, in particolar modo, sul lavoro al femminile, quasi fosse uno dei possibili fili conduttori per leggere tutta la mostra. Ho visto nelle mani il sinonimo del fare e del saper fare, del lavorare: mani grandi e mani piccole, mani operose e mani tranquille. Dalle fotografie il passaggio interpretativo al resto della mostra, secondo una stessa chiave di lettura: sono opere che al di la del loro significato intrinseco, sono da intendersi anche come veri e propri "manufatti" sul tema del lavoro, procedendo a volte per astrazioni, altre per simbologie. L'esito è un percorso unitario, una denuncia della condizione sociale del lavoro a tutto tondo, declinata nei diversi linguaggi dell'arte contemporanea.
Inevitabile, data la portata del messaggio, l'utilizzo della citazione e della rivisitazione di cose più note, per fare leva sulla memoria comune, tessendo insieme passato e presente della storia del lavoro che è poi anche storia della CGIL, la nostra storia.

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Il lavoro di ieri, oggi e domani
si presta alla sua storia

di Simonetta M. Rodinò

Nel palazzo storico, dalla solenne struttura, costruito nel 1932 come sede dei Sindacati fascisti dell'industria, conquistato alla Liberazione dalla brigata Garibaldi, l'edificio di Corso di Porta Vittoria 43, divenne sede della Camera del lavoro di Milano. Lì abita la CGIL. Molti sono stati gli artisti che la visitarono, cercando di individuare sensazioni e realtà. Da oggi al 21 maggio è ospitata la mostra Il Sindacato, il Lavoro che presenta le opere di 27 artisti, la maggior parte al femminile, che hanno cercato di confrontarsi con il mondo del lavoro e l'universo dell'espressione. Curata da Antonella Prota Giurleo, la rassegna ha lo scopo di non far perdere la memoria su ciò che è stato il nostro passato e sugli avvenimenti che si stanno verificando, in una sorta di dialogo collettivo dove natura e cultura si possano intrecciare. L'idea è senza dubbio interessante. Ma si rimane spaesati: il percorso è dispersivo. Se la maggior parte delle tele, delle sculture, delle installazioni, delle foto e dei video sono collocati nello spazio espositivo antistante il Salone Di Vittorio, un corridoio la cui troppo delicata illuminazione non permette una completa leggibilità delle opere, alcuni lavori sono invece posti lunga la scala che porta al primo piano. Qui, appesi tra una rampa e l'altra, i due lavori più interessanti. L'abitino, ritagli di giornale stampati su tartalana e filo tessile realizzato da Nadia Magnabosco, dal sintomatico titolo "Quale futuro per i bambini?", una denuncia contro gli abusi e le violenze sull'infanzia e sulle donne; e "Abito da lavoro" che Marilde Magni ha 'confezionato' con piccolissimi intrecci di carta dello Statuto CGIL, come a voler sottolineare le fatiche di un quotidiano in cui ci si confronta con il diritto ad un lavoro qualificato e sicuro.



vedi anche articolo di Marcella Busacca

L'opera Abito da lavoro di Marilde Magni, una maglia-carta  ottenuta lavorando ai ferri fili di parole dello Statuto della CGIL,è esposta permanentemente alla Camera del Lavoro di Milano


Marilde Magni- Abito da lavoro