Voci di artiste

 


Undici artiste raccontano in immagini

"Una casa di carta per mia madre"
libro di Ada Celico
Rubbettino Editore


presentazione di Micaela Mander

 

Dal libro alla mostra


"Il tuo motto era dare. Niente tenevi per te all'infuori di te stessa."

La mostra che qui presentiamo nasce da un'operazione particolare: una scrittrice, ovvero un'artista che usa le parole, ha voluto chiamare altre artiste, che utilizzano linguaggi diversi, a "parlare" della sua creazione, del suo libro.
Ada Celico ha scelto infatti di far commentare le proprie parole e la propria narrazione ad un gruppo eterogeneo di undici artiste: non ha optato però per la più consueta - e forse scontata - strada della illustrazione del volume, ma ha voluto promuovere incontri e incroci, che, partendo dal suo libro, libro non siano e che nella pagina scritta non trovino posto.

Siamo dunque di fronte a quadri, fotografie, sculture, installazioni che superano la bidimensionalità della carta e invadono lo spazio, usano la carta ma diventano altro, rendendo omaggio al libro e al contempo traendo da esso linfa per raccontarci una possibile, anzi undici possibili chiavi di lettura.
L'operazione è quindi originale, e vuole programmaticamente essere anche un incontro tra donne. Tutte donne infatti le artiste invitate: certo per una particolare inclinazione della Celico, abituata a muoversi nell'ambito degli studi di genere e dei gruppi di lavoro femminili, ma forse anche per una maggiore consonanza spirituale tra la donna e i temi del libro. La storia narrata, ricordiamo, riguarda due donne, la madre della scrittrice e la scrittrice stessa, che dalla madre e dalla sua vicenda trae motivo di emancipazione, di riflessione profonda, di liberazione e di scoperta d'identità.
La scrittura poetica, evocativa ma al tempo stesso materica, e altamente sensuale di Ada Celico, viene messa in dialogo con colori e forme. La prospettiva femminile non viene vista come una limitazione, così come non vuole cavalcare certe mostre di successo: essere donne ed essere artiste donne non deve costituire una limitazione, ma dovrebbe invece divenire un valore aggiunto, e uno spunto di analisi in più su che cos'è l'arte, che cosa significa fare arte oggi e come questa possa essere praticata a partire dal genere, se vi è influenza tra genere e arte e in che modo.
Veniamo alle opere: Maria Amalia Cangiano ha deciso di creare una casa di carta, mettendo in pratica ciò che recita il titolo del libro.

La casa è costruita con le parole, e con il plexiglass, medium molto amato dalla Cangiano, che tra l'altro realizza abitualmente gioielli in diversi materiali trasparenti.
Non propriamente una scultura, la casa di carta dell'artista amplifica il testo grazie a un suggestivo rimando di specchi, lo modifica, lo confonde, gioca con esso, e con il contrasto tra la durezza del contenitore e la leggerezza della carta. Quest'ultima viene preservata al suo interno, quasi invertendo l'assunto di Ada Celico che con un materiale leggero (la carta) progetta per la madre una casa, che dovrebbe in quanto tale essere solida e resistente. La forma-casa racchiude i passi del libro che più hanno colpito Maria Amalia Cangiano, che, diversamente da quanto si vede nelle ultime creazioni, ha optato per il bianco e nero, con poche aggiunte di colore.
La carta è stata il punto di partenza del lavoro di altre artiste: suggestiva e originale l'opera di Marilde Magni

marilde magni

che da qualche tempo crea vestiti, coperte, superfici lavorando a maglia la carta. Dopo aver ripreso e ingrandito alcune pagine particolarmente significative, dal punto di vista dell'artista, del libro della Celico, Marilde Magni ha ritagliato delle strisce che sono state lavorate come fossero un filo di lana di dimensioni ragguardevoli, con speciali ferri adeguati all'impresa quanto a lunghezza e spessore, giocando quindi tra l'immagine della donna che fa la maglia, occupazione tipicamente femminile, e l'immagine di chi intesse parole scrivendo. Il gesto dell'artista mescola le frasi, confonde il senso e lo ricrea: significato alto dell'operazione messa in moto da Ada Celico, che, come già detto, cerca non una semplice eco nell'artista, bensì uno scambio profondo, accettando la sfida di vedere ritornare un libro diverso, altro da quello che si è scritto.
Marilde Magni ha elaborato nelle sue ultime opere questa modificazione del testo, differenziando il proprio dal lavoro di altre artiste che hanno pure recuperato il fare la maglia, in chiave ironica o di protesta verso le etichette di arte femminile e di artigianato, dal momento che con Marilde la carta resta carta, e l'artista usa questo specifico materiale e i segni che vi sono impressi.
Anche Elisabetta Pagani è partita dalla carta: essa, libro, e metaforicamente cultura, diviene la base fisica della sua installazione, che comprende una farfalla inchiodata e tenuta prigioniera entro una teca di vetro.

Simbolo abbastanza esplicito della condizione femminile, che nel libro della Celico viene sviscerata attraverso la presentazione della figura della madre, questa farfalla fa nascere da sé un filo, a sua volta metafora di una speranza che porta oltre le gabbie, e che infatti dalla teca trasparente fuoriesce. Rileviamo, dunque, che la farfalla si appoggia sui libri; grazie alla cultura ci si può liberare, dice l'artista, e la madre incolta della Celico, attraverso la scrittura della figlia, ha trovato una possibilità di uscire dalla sua condizione, una sorta di riscatto nella memoria.
L'installazione riprende alcuni temi tipici della produzione dell'artista, e nello stesso tempo costituisce un'opera a parte nel suo percorso, soprattutto per l'assenza di alcuni materiali che la caratterizzano (penso al vetro dicroico che ricorre in tanti lavori, simbolo di luce e di ricerca scientifica, spia della curiosità verso una contaminazione di competenze e linguaggi). Testimonia, infine, della volontà di una particolare rispondenza al testo, all'interno del quale compare una frase in cui la donna viene paragonata appunto a una farfalla.
Molte delle artiste presenti in mostra, oltre alla stessa Pagani, lavorano su simboli, ombre, specchi, suggestioni.
Innanzitutto cito la ricerca complessa che Anna Finetti porta avanti da tempo su simboli precristiani e figure femminili: l'opera qui presentata riecheggia gli interessi dell'artista, a partire da quella melagrana fotografata e porta al riguardante nel primo riquadro.

Non ancora simbolo cristiano, ma eco della vita e del cosmo, essa si accompagna a un centrino di carta, allusione al materiale del libro ma anche a una cultura tradizionale e a una pratica femminile, oltre che alla fragilità, all'impermanenza delle cose. Il cosmo, il mito di Gaia, ma anche di Demetra e Persefone (la madre e Ada secondo l'interpretazione dell'artista) tornano nel suggestivo disegno che apre il secondo riquadro,

eseguito su un carta che ricorda la tappezzeria, a sua volta un nuovo richiamo all'interno domestico. La figura femminile in primo piano riprende nella forma le statuette votive preistoriche, simboli di fecondità, dee madri arrivate fino a noi spesso senza la testa, persa nel corso dei secoli. Questa donna generosa è circondata dal cosmo, dallo zodiaco: Persefone, prima di essere tale in seguito all'unione con il dio degli inferi (il marito di Ada, nominato nel libro), è Kore, la fanciulla non ancora tradita da un padre assente nel disegno.
Sotto di lei due fogli di carta carbone, illeggibili: il nero è il colore del lutto, e il foglio non si può decifrare perché il dolore di cui parla il libro, ossia il dolore che la trasformazione e la morte portano con sé, è inenarrabile.
Siamo davanti a riferimenti culturali su cui Anna Finetti lavora da anni, componendoli in progetti complessi di lunga durata; analogamente, per tutta la vita Lucrezia Ruggieri ha dipinto seguendo uno stile ben preciso, che la pittrice fin da giovane, ancora inconsapevole, ha fatto proprio e portato avanti: la Ruggieri crea quadri accostabili al surrealismo, infatti, usando la figura, animale o femminile, l'intero corpo o la testa/maschera, per dare vita a composizioni suggestive, ricche di significati simbolici più o meno scoperti.


Nell'opera nata dalla lettura del libro di Ada Celico ritroviamo alcune costanti dell'arte di Lucrezia Ruggieri: il cielo si squarcia come un sipario, nel suo spazio galleggiano pianeti e nuvole, simboli di nuove possibilità e altri futuri percorribili, e vi si libra una testa - a cui il sipario sembra fare ala - che, oltre a richiamare vagamente la forma dell'uovo (altro simbolo indagato dall'artista), è androgina, e quindi diversamente interpretabile da chi osserva il quadro come la raffigurazione della madre, della scrittrice o anche del padre. Dall'orizzonte si dipana un filo rosso, simbolo di speranza come in altri quadri della Ruggieri. L'opera è composta da cinque tele che formano una croce greca, sacralizzando la rappresentazione, e facendo emergere con prepotenza questa testa che sembra scagliarsi contro chi guarda, così come il libro della Celico, razionalizzazione di un'esperienza di vita che in qualche modo l'ha vista messa in croce, colpisce con la forza della sua densa scrittura colui che legge. E densa è proprio la base della scena: il riquadro in basso offre un esempio di un modo di dipingere molto materico che Lucrezia Ruggieri ha messo poche volte in campo, e che è qui utilizzato per alludere al buio, alla difficoltà da cui bisogna liberarsi per volare oltre il dolore.
Dedicatasi per anni alla questione femminile, Maria Micozzi coniuga la ricerca sul figurativo, che per lo più si risolve in corpo femminile, alla sperimentazioni con diversi materiali, in composizioni rigorose, e spesso, per quel che riguarda il colore, basate sulla contrapposizione simbolica tra blu e rosso.

Ciò che viene qui utilizzato come medium è proprio la carta, in omaggio al materiale costitutivo del libro; sui fogli opportunamente incollati e lavorati, colorati e cuciti, trova posto una propria interpretazione del testo della Celico. Micozzi infatti ha visto nella madre di Ada una donna che ha provato soggezione verso una figlia così diversa, colta; la madre è soprattutto corpo, grembo (da cui la rappresentazione delle mani), ed infatti nel libro ciò che noi leggiamo sono non i pensieri della madre, bensì i sentimenti della figlia. Figlia che fa vivere la madre, madre che ha quasi paura di accarezzare la figlia, madre che aspetta che la figlia la faccia in qualche modo esistere.
Un corpo viene evocato e al tempo stesso esibito anche nell'opera di Zina Borgini.

Non artista per professione, ma decoratrice da tanti anni, Borgini ha trovato una sua originale forma espressiva a partire da una serie di lavori dedicati alla poetessa americana Anne Sexton esposti per la prima volta nel 2000. Da allora, Zina lavora con una cornice di ferro e tanti strati tulle che imprigionano oggetti di vario genere, legati alla vicenda da raccontare. Ecco che allora troviamo in quest'opera un abito da sposa, allusione alla vicenda della giovane Ada che con il matrimonio vuole sfuggire alla straordinaria figura della madre e dalla sua atipicità; vediamo però accanto ad esso il bikini rosso di cui nel libro si racconta, simbolo di una prorompente fisicità che la Celico non riesce a negare; e poi la natura, gli odori della terra, del muschio, delle piante mediterranee; e ancora il coltello, e la carta.
Il riferimento all'ambiente familiare è presente pure nella creazione di Celina Spelta: scultrice, autrice di diverse opere in terracotta su varie tematiche, Spelta usa in quest'opera un'argilla particolare, impreziosita da striature in madreperla e cotta al terzo fuoco, per creare un set di piatti da cucina, oltre a quattro ciotole, che vengono lavati e messi ad asciugare.

Metafora dei problemi da lavare in famiglia, che la Spelta ha letto nella narrazione di Ada Celico, l'opera ci racconta un libro scritto sul fare pulizia dentro i propri ricordi, nel proprio vissuto, per uscire rinnovate da questa esperienza. Celina Spelta, inoltre, ha collocato apposta le quattro ciotole rovesciate perché allusive, con la loro forma, a due paia di seni, così come due sono le donne protagoniste del libro.
Nadia Magnabosco si è invece ispirata a una singola frase che l'ha colpita sopra le altre, "Ridatemi la mia testa...",

nadia magnabosco

passo che ricorre nelle prime pagine del libro: la testa di bambina, impressionante, cattura la nostra attenzione per quello sguardo magnetico che ci chiede di non distrarci, verso il quale ci conducono le digradanti alture su cui una casa traballante è appollaiata, osservata da una piccola bambina in secondo piano. Altre figure occhieggiano lungo i margini: compare il padre, grande assente, secondo la Magnabosco, dalla vita di Ada e dal libro.
Lo stile dell'artista, vicino alla più alta illustrazione per bambini e suggestionato dalla passione per l'arte altra, espressione della creatività infantile o delle persone con disagi psichici, rende ancor più inquietante la rappresentazione: non una bambina che gioca felice, ma una bambina che ha perso la testa, ossia una figura femminile alla ricerca del sé, alla riscoperta della sua infanzia come momento nodale della propria crescita.
La scrittura è ciò che ha reso possibile la ricerca: nell'opera di Nadia Magnabosco diviene l'erba che cresce nel prato, quell'erba che si alimenta del sangue di questa bambina.
Infine, concludiamo con due opere nelle quali la figlia ha riscoperto il femminile e l'amore materno: la prima, di Teri Volini, artista e performer impegnata in tematiche spirituali e femminili, il ripetersi ossessivo di un volto di donna sottolinea la progressiva acquisizione del diventare adulta, richiamata dal rosso simbolo del sangue mestruale;

la seconda, di Sandra Mazzon, fa dialogare le immagini fotografiche della madre e della figlia, fino a sovrapporle,

presentandole come fossero pagine del libro, motore ispiratore di tutte le ricerche fino a qui analizzate.

Micaela Mander


vedi anche a proposito dell'otto marzo di Marcella Busacca

La mostra, con alcune variazioni, si è successivamente trasferita al Museo Malandra di Vespolate (Novara), dal 20 settembre al 12 ottobre 2008.

 

In questa occasione è stato esposto anche il trittico di Antonella Prota Giurleo, nato dalla lettura del libro di Ada Celico