Voci di artiste

 

 

 

La mostra "l'arte della cura" organizzata dall'Unione Nazionale Femminile di Milano invitava a riflettere visivamente sulla relazione sano-malato con opere che hanno permesso considerazioni originali e riflessioni approfondite sul tema. A queste voglio aggiungere l'importante contributo sul tema proveniente dalla ricerca e dall'opera di Donatella Franchi, recentemente ospitata alla Merlettaia di Foggia, con le considerazioni di Katia Ricci. (nadia magnabosco)

 

installazione di Donatella Franchi: "VIATICO"

donatella franchi


Quanto occorre per il viaggio

Mia madre è sempre stata una lettrice. Me la ricordo da giovane, seduta in una poltrona dagli alti braccioli, sempre con un libro in mano o con un pacco di compiti da correggere appoggiato sulle ginocchia.

A me, che avevo scelto un'esistenza libera da legami familiari, è capitato in sorte di dover vivere accanto a mia madre nell'ultima fase della suo viaggio.
A lungo la sua dipendenza mi ha procurato angoscia, timore che mi sottraesse vita.
Poi ho sentito che la paura della sua fragilità e della sua condizione di bisogno poteva sottrarre umanità ad entrambe.
Dovevo rincontrarla, ricreare il rapporto con lei, reinventare la mia e la sua storia, per dare una forma e un senso al suo presente, e al mio.
Allora le sue mani che tengono il libro con delicatezza, o su di esso riposano, mi sono apparse proiettate nella luce della grande tradizione artistica di ritratti, in una sequenza di mani che tengono il libro.
Il libro è anche un oggetto mediatore tra madre e figlia in un'iconografia diffusa, dove S. Anna insegna a leggere a Maria bambina. Ne ho ritrovato il significato e la potenza nel ritratto di gentildonna con bambina di Lavinia Fontana, dove la madre passa il libro nella piccola mano della figlia.
Il libro tra le mani investe i personaggi di una pensosità solenne, un'intimità con se stessi, a volte una malinconia assorta, come quella che fin da bambina spiavo sul volto di mia madre lettrice.

Oggi, a cent'anni, compiuti il 13 aprile di quest'anno, mia madre si china ancora sui libri con uno sguardo carezzevole, li tiene in mano delicatamente, come se fossero corpi vivi.
Sono il suo legame con la vita, con la propria storia.
Oggi, questo suo tenere ostinatamente in mano un libro assume un significato, un valore che io le posso restituire.

Maggio 2008

Riflessioni di Katia Ricci

Viatico dal latino viaticum ( via, ‘viaggio’), provviste per il viaggio, in senso figurato, risorse, è il titolo di un’installazione di Donatella Franchi.
Definire l’opera di Donatella è difficile: è nello stesso tempo una pratica e un’installazione, che parla della vulnerabilità della vecchiaia, della madre, e dei rapporti familiari, tolti da una dimensione puramente individualistica e personale e immessi in una prospettiva politica, perché, rotta la rigidità dei rapporti, si aprono ad una dimensione relazionale universale.
Non capita spesso di avere la fortuna di seguire e interagire con tutte le fasi di un processo artistico, come è successo a me nella creazione di Viatico.
Mentre Donatella manipolava i materiali della sua installazione, tra i quali vanno considerati in qualche modo anche le relazioni con il fratello e la sorella, modificando e mettendo sotto una luce diversa il suo rapporto con la madre, anch’io mi sono modificata, lasciandomi contagiare dalla sua creatività e preparando altri “materiali” per accogliere alla Merlettaia di Foggia il suo lavoro artistico.
E’ stato un evento non solito in cui artista e pubblico, pur nella diversità dei ruoli, che tendevano a slittare l’uno sull’altro, si sono preparati insieme. Il punto più interessante per entrambi è stato capire la necessità di dare una forma espressiva al dolore e alla difficoltà dei rapporti per non rimanere semplicemente schiacciati dal peso della necessità, del dovere e della cura.
Quel corpo materno che quando si è piccole profuma di vita e di benessere, che emana calore e sicurezza, fonte di bellezza e felicità, improvvisamente diventa sciupato, molle, fragile e persino sporco. I rapporti familiari con sorelle e fratelli si fanno faticosi, come è nella mia esperienza, perché è insopportabile la visione del degrado del corpo materno. E’ necessario accettarlo come è diventato, vederlo sotto un’altra luce per non ritrarsi e rifiutarlo, lavorare su di sé, sul senso di gratitudine e sulla consapevolezza che prendersene cura è fare un’opera di restituzione. La cura, che è sicuramente nella tradizione delle donne, veniva vissuta come dovere o, come un segno che la relazione è la cosa più importante per una donna, ma non richiedeva scambio e nessuna forma di compenso e di restituzione.
Un’installazione che è un’opera d’arte con precise connotazioni e finalità estetiche ed è esempio di sguardo femminile con una lettura nuova della realtà, che sollecita ogni spettatrice e spettatore a modificare il proprio punto di vista.
Versi di poete trascritti su fogli leggerissimi di carta di riso, una sequenza fotografica delle mani della madre, che nel tempo della vecchiaia continua, leggendo e avendo tra le mani un libro aperto, come compagno di viaggio, a dare testimonianza dell’effetto balsamico e terapeutico che la poesia, lingua materna per eccellenza, ha sull’animo umano. I foglietti, alcuni dei quali sono stati fotografati da Guido Piacentini, formano come una strada, un insolito lastricato che guida e conduce ad una soglia, al limen, confine della vita, ma anche dei rapporti, che separa e unisce al tempo stesso. Ciò che mi colpisce dell’opera è soprattutto la luce, morbida, nitida, mai aggressiva, che è come una torcia che illumina le zone buie di ciascuno.
L’oggetto artistico è il frutto di una pratica che ha coinvolto tanti coautori e coautrici. In primis “l’oggetto” a cui è dedicata l’opera, la madre dell’artista che è diventata protagonista e coautrice, perché a lei, Donatella ha affidato, come dicevo, il compito di trascrivere i versi delle poete amate. Un modo per conservare con la grafia la traccia del corpo materno.
L’opera, esposta alla Merlettaia, ha coinvolto attivamente e non solo visivamente il pubblico, perchè ha messo in moto la creatività di ciascuna-o di noi: in corso d’opera abbiamo avuto incontri molto intensi sul rapporto di ciascuna-o con la propria madre. Poi abbiamo raccolto delle fotografie che rappresentavano questo rapporto e ognuna ha scritto qualcosa, ricavandone brevi testi che creano un tessuto fatto di fili di tanti colori, che narrano una storia comune e diversa.
La pratica artistica di Donatella ha modificato il tempo e lo spazio, rendendoli più adeguati a quelli della vita reale e interiore di ciascuna-o. Infatti la solita successione temporale della creazione di un’opera d’arte, fatta di ideazione, esecuzione e esposizione è stata man mano cambiata per adattarsi alle necessità della vita, a quei rapporti di cura che la stessa opera nomina e a cui dà senso.
Durante la lunga preparazione del pubblico della Merlettaia, Viatico ha stimolato in ciascuna-o di noi il viaggio all’interno di sé e verso le proprie origini, per trarre ciò che serve alla propria vita. Quando si parla dei genitori, in particolare della madre, viene sempre fuori un coacervo di sensazioni, ma l’opera Donatella, in quanto opera d’arte, ci interroga e riesce ad avere un effetto balsamico e curativo.
In primo luogo è terapeutica nei confronti dell’artista stessa e, poi, nei confronti del pubblico, perchè ne ha messo in moto la creatività, facendo emergere il rapporto con la madre dal chiuso di un sentire spesso pieno di ombre dolenti, oltre che di luci. Eppure non c’è consolazione nella sua opera, lo scopo non è quello di cercare nell’arte una via di fuga dal dolore, ma dargli forma, impedire che diventi frustrazione e disperazione. L’opera è ombra dell’amore che lega l’artista alla madre, ma in realtà dell’amore che la lega al mondo. Nella pratica artistica di Donatella ho sempre colto, infatti, un senso di responsabilità, per cui l’opera d’arte non serve solo a sé, ma ad accogliere altre e altri nel suo stesso spazio creativo, rinunciando, per questo, a facili riconoscimenti e successi.
Alla Merlettaia nell’incontro che abbiamo avuto con Donatella e Gianni Franchi eravamo come immersi nella sua installazione. Il confronto in presenza dell’arte ha messo in moto pensiero e liberato energie creative del pubblico. Certo i livelli di coinvolgimento sono stati diversi e le riflessioni sono state in parte psicologiche e in parte simboliche, a seconda del grado di consapevolezza di ciascuna-o.
Un’opera, infine, specificamente femminile, che, però, rendendo visibili le relazioni e il lavoro di cura, rivisitati alla luce della presa di coscienza e della libertà femminile, ha acquisito un valore universale.

Katia Ricci